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I RACCONTI DI FEDERICO FELLINI
Negli anni '40 Fellini giovanissimo teneva una rubrica sul settimanale
umoristico Marco Aurelio intitolata "Ma tu stai a sentire?".
Proponiamo tre racconti datati 1939.
MA TU MI STAI A SENTIRE? - FIDANZATINA
Io parlo a te fidanzatina rotonda. Ti voglio bene lo sai, ma finirò
col non amarti più. Tu fai troppe cose che mi seccano. Mi
chiami - Ciccio - e Muzzi Muzzi davanti a persone influenti che
possono farmi far carriera ma che udito ciò si allontanano
schifati. Mi chiedi troppo spesso quanti sacchi di bene ti voglio.
Io ti rispondo un milione. Ma tu aggiungi che la parola milione
è troppo breve e che io l'ho detta apposta per sbrigarmi
prima. Seguiti che il numero di sacchi che attendi da me è
cinquantasettemilanovecentosettantanove. Questa è una parola
abbastanza lunga - Dici - e tu me la devi dire! Ma io perdonerei
queste cose fidanzatina rotonda. Ma c'è di peggio. Quando
sediamo insieme all'ombra fresca di una panchina, mentre le stelle
palpitano nell'infinito, mentre le foglie dei cipressi cantano sussurrando
lunghi sogni d'amore e le fontane commentano zampillando, tu o fidanzatina
rotonda mi inviti perentoriamente a chiudere gli occhi.
- Che belle ciglia hai Muzzi!
- Io so di avere una faccia terribilmente inespressiva quando ho
gli occhi chiusi ed allora faccio smorfie tremende per dare ad essa
una qualsiasi espressione. Ma tu mi dici che non devo fare boccacce,
ché vuoi vedere il viso dell'angioletto.
- Solo con gli occhi chiusi! - aggiungi sentenziosamente - si rivela
la vera natura dell'uomo! - A me non piacciono certe cose fidanzatina
rotonda tanto più che ho una paura tremenda che tu approfittando
del fatto che io non posso vedere mi dia un tremendo ceffone incolpando
poi i colombi che volano lì vicino. Perché fai così?
E un'altra cosa ancora. Tu, o fidanzatina rotonda mentre io calmo
e buono ascolto il canto degli uccelli mi afferri improvvisamente
la testa con le tue mani - Dio che bel profilo hai Cicci!- urli
e senza darmi un secondo per riflettere mi pieghi violentemente
il collo all'indietro e mi mordi. E' un bacio bellissimo non discuto.
Ma lungo. Troppo lungo. Io sudo, fremo, non posso respirare.
Il naso si allarga spasmodicamente emettendo strani rumori, un filo
di saliva mi scende sul mento, poi sul collo, qualche volta s'infila
nel colletto della camicia e mi arriva allo stomaco. Il cuore mi
scoppia
ho gli occhi fuori dalla testa. Penso alla mia mamma
Si, morrò asfissiato. Ed infine tu ti stacchi. Mi guardi
con un occhio perverso di donna perduta e spezzandomi una mano mi
dici con voce roca - Quanto ti voglio bene! - Ed io ansante con
mille gocce di sudore sul labbro ho il coraggio civile di sorriderti.
Poi fuggo nella notte
Perché fai così?
Io parlo a te fidanzatina rotonda, ma tu mi stai a sentire?
Federico, 26-7-1939
MA TU MI STAI A SENTIRE? - IL PROFESSORE
Io parlo a te o professore dal pizzetto biondo. Ti ho rivisto l'altra
sera. Pioveva e tu avevi sempre il tuo stretto impermeabile ed i
tuoi buffi calzoni a mezza asta. Non mi hai riconosciuto. Io sono
quello che metteva sempre le mosche nel calamatio, che non sapeva
nulla sulle correnti alternate di Focault, ma imitava tanto bene
il lamento delle pecore in amore. Io mi ricordo tutto di te o professore
dal pizzetto biondo. Facevi l'appello - Chi è che vuol venire?
- chiedevi poi dandoti una fregatina alle mani. Non ho mai capito
perché facessi quella domanda. Tanto non si muoveva mai nessuno.
In tre anni nessun caso di volontarismo, ricordi? E allora ci guardavi
ad uno ad uno. E tutti a sorridere, a fingere di essere calmi e
sereni, di amare la matematica con passione e trasporto. Poi aprivi
il registro. Guardavi i nomi fingendo di essere attento a quelli
in fondo e allora Albani, Benzi, Dolci respiravano. Ma tu a tradimento
li chiamavi alla lavagna. Forse in questo c'era un poco di cattiveria
o professore dal pizzetto biondo. Chiamavi spessissimo me. Mi consegnavi
un pezzetto di gesso che io sbriciolavo tutto nervosamente. - Se
un fascio di rette parallele attraversano un piano nel punto C,
che accade? - mi chiedevi parlando lentamente. Non ho mai capito
o professore dal pizzetto biondo che necessità ci sia di
far attraversare un piano da un fascio di rette parallele. Specie
nel punto C. ma per te queste cose erano sacre. Erano la ragione
di vita. I compagni dai posti lontani facevano strani segni. Tossivo
- Dunque - dicevo - se un piano C
- Ma tu interrompevi - Quale
piano C? - La tua voce era cattiva. Senza simpatia. Mi mandavi a
posto crollando la testa con pena. Eppure o professore dal pizzetto
biondo, Bianca mi ama lo stesso e mi bacia sulla bocca nelle notti
stellate. Guadagno, fumo sigarette costose, sto imparando ad andare
in motocicletta. E non so ancora niente sul fatto delle parallele
che attraversano piani. Si hanno forse sconti presso le Ferrovie
dello Stato? Dai macellai? E allora che ci frega delle rette? Forse
in gioventù non hai avuto fidanzatine rotonde con piccoli
seni tremanti con fianchi morbidi. Tu a diciotto anni sapevi tutto
sull'elettrolisi e sul quoziente multiplo. Fremevi di piacere davanti
ad equazioni enormi con venti incognite. Ma un fondo di bimbo ti
è rimasto. Io solo lo so. Perché quella volta che
nella sala di Fisica ci spiegasti il megafono vidi che desideravi
tanto portarlo alla bocca. Hai atteso che uscissimo e poi lo hai
alzato e hai detto - Bu - sorridendo felice per la piccola soddisfazione.
Ma non lo dirò a nessuno. Io parlo a te o professore dal
pizzetto biondo, ma tu mi stai a sentire?
Federico, 4-10-1939
MA TU MI STAI A SENTIRE? - IL BRAVISSIMO
Io parlo a te ex compagno di scuola. L'altra sera ti ho rivisto
con i tuoi occhiali di tartaruga e la tua lenta camminata di superuomo.
Ma Bianca mi aspettava in una stradina piena di stelle e non mi
son fermato. Io ricordo tutto di te. Avevi sempre un gran fascio
di libri al braccio con la copertina azzurra ed il nome scritto
a matita verde in un angolo. Studiavi come un pazzo e quando c'era
compito d'italiano in classe portavi sempre una raccolta di vecchi
giornali. Arrivavi mezz'ora prima davanti al portone brontolando
e ripassando la lezione di storia.
- Ragazzi - dicevi mentendo per la gola - Non sono preparato. Oggi
non vengo in classe! - aggiungevi entrando per primo nell'atrio
- Io non studio mai - seguitavi togliendoti il cappotto - Oggi vado
con le sartine - concludevi sedendoti nel banco - Chi è che
vuol venire? - Poi traevi di tasca un libricino e cominciavi a prendere
appunti sulla morte di Carlo Magno. Facevi così tutte le
mattine. Non hai mai perduto un'ora di lezione. E quei compagni
che, senza far tante chiacchere si assentavano per tre mesi correndo
per la campagna con le fidanzate, ti disprezzavano e non ti salutavano
mai. Ed eri sempre tu quello che studiava anche il capitolo non
assegnato.
Eri tu quello che alla lavagna segnavi il nome dei cattivi, e si
rifiutava di passare il compito a D'Ambrosio quel ragazzo di ventisette
anni che era al Liceo prima della guerra. Forse anche il professore
di filosofia, quello giovane e materialista non ti voleva tanto
bene. Però gli eri utile perché soltanto da te poteva
sapere se il 23 gennaio c'era da studiare anche il trascendentalismo
di Kant e l'influsso empirico di Spinosa. Sapevi tutto sulle guerre
di successione. Sulle doppie eclissi. E su quelle equazioni che
occupavano sette volte la lavagna e bisognava scriverle sul bordo
di legno tutti aggomitolati e col sudore sotto gli occhi. Però
mi facevi un po' di pena. Tu non avevi fidanzatine che baciano dietro
l'orecchio. Non sapevi contare le stelle. Andavi al cinema qualche
volta e ti entusiasmavi alle gesta di Ken Maynard e del suo cavallo
Tarzan. Ho saputo che frequenti sempre l'Università ma sei
molto triste perché i professori non vogliono conoscere chi
ha scritto Viva la Lazio sul muro dell'Aula Magna.
Ed ora voglio dirti una cosa.
Quella volta che ti rovesciai in testa l'inchiostro non fu una disgrazia.
L'ho fatto apposta perché mi eri tanto antipatico. E adesso
te lo posso dire perché non c'è nessun preside che
mi sospenda per quindici giorni. Io parlo a te ex compagno di scuola,
ma tu mi stai a sentire?
Federico, 8-11-1939
DA "L'AVVENTUROSA STORIA DEL CINEMA ITALIANO
di Rodolfo Sonego
Il cinema era un mestiere artigianale, senza grandi apparati produttivi
e distributivi, era un mestiere improvvisato giorno per giorno.
I soldi si trovavano sempre in maniera un po' avventurosa. Pochi
soldi, pochi film. Quando sono arrivato io a Roma si facevano venticinque
- trenta film
Parlo della fine del '45, inizi del '48. E'
quasi inimmaginabile come si faceva il cinema allora. Amidei era
il centro del cinema italiano, tutti passavano di lì, attori,
registi, scrittori. C'era già stata la grande rivelazione
di Roma città aperta, c'era già una certa espansione.
Rossellini stava girando l'ultimo episodio di Paisà. Si era
aperto uno spiraglio nel mondo, e sentivamo anche con una certa
sicurezza che il nostro cinema andava bene, poteva andare bene.
La società che ci si presentava davanti era talmente viva!
Sono stati anni straordinari, dopo la guerra e dopo vent'anni di
fascismo. Tutto era materiale da cinema. Perfino i piccoli film,
quelli improvvisati settimana per settimana, inventando velocemente
tutto, sui quali magari la critica era feroce, anche questi avevano
sempre un'ispirazione dalla realtà quotidiana, e quindi avevano
una loro forza interiore. Rivisti oggi, conservano una loro autenticità,
sono un inventario delle nostre disgrazie, ma anche della nostra
capacità di rigenerarsi, della nostra vitalità.
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