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Immagini di donne a
confronto: Pietrangeli e Antonioni
di
Arianna Pagliara
Unico caso tra gli autori della cosiddetta
commedia all’italiana, Antonio Pietrangeli è
un cineasta che ama descrivere soprattutto i personaggi femminili,
cui ha dedicato molte importanti tappe della sua breve ma
significativa carriera cinematografica. L’attenzione
con cui traccia indimenticabili ritratti di donne è
forse più assimilabile al cinema raffinato di Michelangelo
Antonioni che a molte commedie dell’epoca, di cui invece
molti suoi film condividono la vena ironica e l’umorismo.
Ma se la sensibilità e la profondità di sguardo
di Pietrangeli – per ciò che concerne i suoi
ritratti al femminile – sono paragonabili a quelle del
regista ferrarese, tuttavia l’approccio dei due autori
è diverso, e non solo per la cifra stilistica –
che in Antonioni non si tinge mai dei colori allegri della
commedia – ma per il modo di sviluppare il discorso.
Pietrangeli ha un interesse forte per la dimensione sociale,
che spesso pesa gravemente sul destino delle protagoniste
– si pensi ad esempio ad Adua e le compagne, che racconta
il fallimentare tentativo di riscatto di un gruppo di prostitute.
Il suicidio della bella Adriana (Stefania Sandrelli) nel film
Io la conoscevo bene può far luce ancora meglio su
quali siano le coordinate entro cui il regista si muove. La
protagonista è una giovane provinciale attratta dalla
“dolce vita” romana, che spera di poter lavorare
nel mondo dello spettacolo. Del tutto incapace di districarsi
tra l’arrivismo, le falsità e le ipocrisie di
quel mondo effimero e insieme pericoloso che tuttavia la attrae,
Adriana resterà vittima della sua stessa ingenuità.
E’ vero che non esiste una causa specifica, un movente
immediato per il gesto della ragazza, tuttavia il suo vuoto
interiore e il suo malessere non sono sentimenti astratti,
astorici, tutti risolti entro una problematica prettamente
esistenziale, ma sono invece chiaramente delineati entro uno
specifico quadro sociale. Il dolore di Adriana si origina
dalle aspirazioni frustrate e deluse, dalla sua incapacità
di adattarsi non al mondo in senso lato, ma a quel mondo,
a quell’Italia, di cui lei – forse inconsapevolmente
– è in qualche modo un prodotto, con le sue abitudini,
i suoi sogni, le sue illusioni.
Il vuoto interiore che tormenta i personaggi di Antonioni
è invece – se non completamente al di là
della storia – soprattutto nella coppia, nei rapporti
sentimentali e affettivi, nelle relazioni tra individui insomma,
prima ancora che tra l’individuo e il mondo. Noia esistenziale,
spossatezza angosciante, inquietudine e senso di vacuità
in fondo non sono neppure sentimenti “borghesi”
nel cinema di Antonioni, perché anche a proposito de
Il grido si può parlare di alienazione, sebbene il
protagonista sia stavolta un operaio. Il regista appare –
è ovvio - perfettamente consapevole della struttura
sociale in cui i protagonisti – più spesso le
protagoniste – del suo cinema si muovono, ma preferisce
scavare nella dimensione esistenziale, nei sentimenti eterni
che stanno fuori dal tempo, in particolare se si considera
la trilogia composta da L’avventura, La notte e L’eclisse,
di cui ancora si sente la scia nel successivo Il deserto rosso.
Come le donne descritte da Pietrangeli pagano, rispetto agli
uomini, un prezzo ben più alto quando si confrontano
con certi mutamenti socioculturali, e divengono, spesso dolorosamente,
la cartina tornasole di questi difficili cambiamenti, allo
stesso modo le donne che popolano i film di Antonioni sentono
maggiormente e diversamente dagli uomini la crisi e l’alienazione
che minano i rapporti sentimentali. Sono figure di donne credibili
delineate con mano sapiente e attenta e al contempo quasi
avvolte da un alone di mistero, poiché hanno, istintivamente
e naturalmente, un modo di sentire che ai personaggi maschili
sembra essere precluso, per forza di cose sconosciuto. Seppure
Antonioni non descrive figure di uomini deprecabili e disprezzabili
– come ad esempio l’Adolfo de La visita di Pietrangeli,
o ancora peggio come i ragazzi di cui si invaghisce Adriana
– tuttavia mette spesso sulle loro spalle la responsabilità
di quella dolorosa e incolmabile distanza che determina la
frattura inevitabile all’interno della coppia. Sequenza
emblematica da questo punto di vista è quella finale
de La notte, in cui Lidia (Jeanne Moreau) legge a Giovanni
(Marcello Mastroianni) una lettera d’amore che l’uomo
non riconosce come sua, poiché ha dimenticato di averla
scritta, e insieme alle parole ha dimenticato quei sentimenti
che anche Lidia ormai, di fronte a tutto questo, è
incapace di provare.
Gli uomini che si muovono attorno ad Adriana, o alla smaliziata
Dora (una giovane Catherine Spaak protagonista de La parmigiana)
invece, più che incapaci di districare i misteri di
una sensibilità che non appartiene loro, poiché
troppo diversa, guardano alle donne attraverso una serie di
schemi che non vogliono mettere in discussione, troppo spesso
intrisi di egoismo e arrivismo.
Tuttavia, dove per il regista ferrarese c’è un
problema di comprensione, che è il nocciolo di quell’inquietudine
tutta femminile messa a fuoco con particolare sensibilità,
per Pietrangeli c’è soprattutto un problema di
adattamento. Ed è proprio il tentativo doloroso di
questo adattamento – quello della donna ad una società
che è cambiata più profondamente di quel che
sembra – che sta al centro di Io la conoscevo bene,
che è l’ultimo lungometraggio del regista e anche
il capitolo più riuscito e complesso di quella trilogia
al femminile di cui fa parte insieme a La parmigiana e a La
visita.
L’immagine dell’enorme voliera a cupola dello
zoo dove Adriana, all’alba, osserva gli uccelli prigionieri
scontrarsi in brevi e isterici voli si contrappone a quella
soggettiva del cielo aperto, vuoto e sgombro, che è
l’ultima cosa che la ragazza guarda prima di gettarsi
dal balcone. La libertà di cui quel cielo è
pregno si rivela infine inaspettatamente dolorosa, angosciante
e problematica, perché in quell’enorme spazio
vuoto che le sta davanti – non solo il cielo ma forse
tutta la città, o meglio l’interezza di quel
mondo in cui lei vive - Adriana non è riuscita a trovare
il suo posto.
La realtà è che in fondo nessuno si identifica
con piacere nelle donne di Pietrangeli. La debolezza di Adriana
è nella sua ingenuità imperdonabile, e la forza
di Dora in una furbizia che a tratti rasenta il cinismo. Sono
figure di donne per cui non sempre si può provare stima,
di cui infatti non è piena la letteratura, e forse
neppure il cinema, ma la realtà, perché non
sono eroine e non sono speciali. Diversamente da molte protagoniste
del cinema di Antonioni, non hanno un bagaglio culturale che
permette loro di guardare lontano e attraverso le cose, di
staccarsi dalla quotidianità. Ma è proprio questa
quotidianità, non sempre edificante, che Pietrangeli
vuole e sa raccontare con perspicacia e lucidità. Le
sue protagoniste cercano, senza trovarle, risposte tangibili
e concrete nella loro vita, mentre le protagoniste di Antonioni
queste risposte le hanno già trovate, eppure spesso
non riescono ed essere felici, come fossero tormentate da
qualcosa di atavico e spaventosamente profondo. Sono donne
che della loro sofferenza hanno una consapevolezza piena,
che nel bene e nel male sanno e possono scegliere, perché
hanno gli strumenti per farlo. Ma il suicidio di Adriana è
una scelta veramente consapevole? O piuttosto è semplicemente
un abbandono, un lasciarsi andare, un lasciarsi cadere in
un vuoto di cui non si vuole, non si sa, non si può
vedere la fine?
Antonioni fa una scelta di campo quando eleva a protagoniste
del suo cinema quelle donne complesse e misteriose che spesso,
più che creature in carne e ossa, sembrano personificazioni
di un’idea, di un modo di sentire che è l’essenza
stessa della femminilità. Pietrangeli invece ha il
coraggio di porre al centro dei suoi film delle protagoniste
irrimediabilmente imperfette senza per questo sentire il bisogno
di riscattarle dai loro difetti. La sua bravura e originalità
stanno proprio nell’equilibrio con cui le descrive,
impedendo allo spettatore di condannarle senza tuttavia convincerlo
per forza a perdonarle. Un equilibrio incredibilmente precario
dunque, che tuttavia non viene mai meno. Il suo è sempre
un orizzonte quotidiano e concreto, che dà vita a un
cinema di fatti, di eventi, e non - come quello di Antonioni
– di atmosfere e sensazioni. Si potrebbe dire che i
diversi modi di sentire dei due registi – più
corporeo e tangibile l’uno, più astratto e rarefatto
l’altro – si compensano e divengono due sguardi
complementari, che proprio sulla figura femminile intersecano
perfettamente le loro traiettorie.
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