Tre film di Marco Colli
di Arianna Pagliara
Tra quelle opere cinematografiche che a volte sfuggono alla giusta attenzione di pubblico e critica sono senz’altro da citare Giovanni Senzapensieri e W la scimmia, entrambi firmati dal fiorentino Marco Colli, regista e sceneggiatore che esordisce al cinema negli anni Ottanta con alle spalle esperienze in campo teatrale.
Il suo primo lungometraggio, presentato nel 1986 al Festival di Cannes, è interpretato da un giovane Sergio Castellitto nei panni di Giovanni, ultimo erede di una nobile casata romana, senza più denaro e anche – come recita il titolo – “senza pensieri”, chiuso in un mondo a parte, e soprattutto ossessionato dall’idea del volo - quello dei piccioni di Piazza Navona ma anche quello vagheggiato nei complicati studi di Leonardo da Vinci. La gente del quartiere vede Giovanni come l’innocuo scemo del villaggio, che ama camminare sui tetti e osservare la bella dirimpettaia inglese che prende il sole sul balcone. Il protagonista, trattato come un bambino capriccioso dalle due vecchie governanti dell’antico palazzo in cui vive, è in fondo un puro, un buono, un uomo semplice, che alla fine, solo contro tutti, spiccherà il volo sulle brutture e le meschinità del mondo, planando nel cielo di Roma con due grosse ali che sembrano uscite da uno schizzo di Leonardo. I preti avidi e arcigni che hanno ereditato il palazzo di famiglia al suo posto e i carabinieri chiamati a braccare la sua inoffensiva follia restano a terra a guardarlo, imponenti, come trattenuti dal fardello pesante di un ruolo, di un potere – la legge di Dio e quella dell’uomo – che esercitano impunemente da troppo tempo. Il candore di Giovanni è invece proprio ciò che gli permette di librarsi finalmente in aria. Commedia con risvolti piacevolmente fiabeschi Giovanni Senzapensieri è la rivincita del sogno: “chi non spera l’insperabile non lo scoprirà” recita l’inizio di un frammento di Eraclito che apre il film.
Anche nel successivo Naufraghi sottocosta (1991) il regista racconta uomini “fuori dal tempo”, che procedono controcorrente: protagonista di questo film dalle atmosfere sospese è Iano, custode del museo della piccola isola di Mozia, in Sicilia. Per impedire che una meravigliosa statua di Apollo venga trafugata egli è pronto a battersi a costo della vita: quello di cui Iano si sente custode non è infatti solo un insieme di morti reperti archeologici ma un mondo intero destinato a scomparire insieme al fascino misterioso che emana.
Ma è con W la scimmia (2002), ispirato al racconto Le due zitelle di Tommaso Landolfi, che gli spunti un po’ surreali di Giovanni Senzapensieri ritornano per aprirsi ad una visione delle cose acutamente grottesca. Due sorelle (Giuliana De Sio e Lunetta Savino) vivono insieme combattute tra la devozione alle “telemesse” celebrate da un prete dall’aspetto quantomeno inquietante e la voglia di ritrovare libertà e serenità dopo la morte di una madre oppressiva e insopportabile. Accudiscono e quasi venerano la scimmietta Tombo, dono del padre defunto, che è insieme una sorta di feticcio della virilità in una casa di sole donne e un bizzarro animale da compagnia trattato come un bambino. L’equilibrio familiare si spezza quando Tombo entra in chiesa nottetempo per mangiare le ostie consacrate, bere il vino dal calice, e orinare sull’altare. Verrà quasi processato alla stregua di un eretico nelle mani dell’inquisizione. Anche in questo film c’è un uomo “senza pensieri”, interpretato da Giovanni Esposito, l’ingenuo che si fa bocca della verità per condannare, alla fine, i veri colpevoli: non il povero animale ma le persone, ipocrite, avare, poco oneste. La ragione, insomma, è degli stolti e dei folli.
Spicca nel primo film di Colli quanto nell’ultimo la descrizione sagace e pungente di tutto ciò che ha a che fare con la religione: lo sguardo del regista si distanzia e trova la giusta ironia per restituire tutto il senso del grottesco che permea le scene, enfatizzato dalle convincenti interpretazioni di Claudio Spadaro, che in entrambi i lungometraggi veste i panni del prete. Soprattutto W la scimmia si appropria, giocosamente, di echi Bunueliani e Ferreriani: nel film l’approccio ai temi del cattolicesimo e della famiglia ha un sapore surreale ma insieme di realistica, seppur sarcastica, denuncia. Se il cinema di Ferreri a volte mette in discussione il ruolo dell’uomo in quanto maschio, Colli ha quasi sostituito il pater familias con una scimmia. Che, con sgomento delle suore, ha perfino orinato sull’altare in un gesto definitivamente, esplicitamente sacrilego.
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