Intervista a Valentina Marangi
Valentina Marangi, classe 1979, da diversi anni vive a Barcellona. Nel 2010 ha realizzato per la televisione pubblica spagnola il suo primo documentario “Brossa”.
(http://www.tv3.cat/videos/3310331/Brossa)
Cosa ti ha spinto dopo la laurea in comunicazione a Macerata ed un'esperienza di stagista presso una rivista di settore a tentare una prima avventura all'estero (Irlanda)? La mancanza di opportunità in Italia o semplicemente la voglia di guardare anche cosa c'era oltre?
La mia prima esperienza all'estero in realtà é stato il progetto Erasmus che mi portò in Belgio durante il mio 4º anno universitario. Aldilà del fatto che per alcuni aspetti si rivelò un'esperienza non del tutto gratificante (totale abbandono amministrativo da parte della mia Università di partenza e difficoltà linguistiche dovute al fatto di dovermi scontrare non solo con l'inglese, ma anche con il dutch), credo di poter dire che abbia segnato un punto di "non ritorno". Dopo aver vissuto e studiato in due città abbastanza piccole (rispettivamente Martina Franca e Macerata) improvvisamente mi ero ritrovata in una realtà più grande, in mezzo a giovani di tutta Europa e con cui incredibilmente si poteva comunicare attraverso un inglese improvvisato. I cinema e la televisione erano in lingua originale, le sale con i computer dell'università (e quindi con internet) erano aperte fino alle 2 di notte ed era possibile trovare un lavoretto di qualche ora a settimana (stiravo le tovaglie in un ristorante italiano). Era tutto bellissimo e da quel momento in poi, nei limiti di quanto mi é stato possibile, non ho mai smesso di viaggiare. Pochissimi mesi dopo il ritorno da Leuven, attraverso il sito dell'Università belga che mi aveva ospitato, andai a vendemmiare in Francia. E l'anno dopo ripartii per il Progetto Leonardo, questa volta a Dublino.
Appena finita l'università, cominciai a cercare lavoro e corsi di montaggio. La mia idea era lavorare e nel frattempo continuare a studiare, e cercavo indifferentemente sia in Italia che all'estero. Nel frattempo avevo lasciato la mia casa universitaria ed ero tornata in Puglia, dove avevo cominciato a scrivere per un giornale locale. Ma, a parte il fatto di non essere pagata, avevo veramente smania di fare di più.
In questa ricerca di corsi e lavoro incappai nel Servizio Civile Volontario Internazionale e 3 mesi dopo essermi laureata parti per un progetto a Barcellona. Non so adesso, ma in quel periodo il SCV all'estero era ben pagato, ed ebbi così la possibilità di fare quello che avevo progettato: iniziare a lavorare mentre nel tempo libero facevo dei corsi di montaggio. Il tutto imparando lo spagnolo e in una città fuori dal comune in quanto a bellezza e a qualità di vita.
Hai fatto anche un master all'estero (Barcellona) in comunicazione audiovisiva interattiva. Che differenze hai riscontrato tra l'approccio italiano al mondo della comunicazione e quello spagnolo, dal punto di vista didattico? E' vero che l'università italiana e i suoi derivati sono così indietro rispetto alle realtà sorelle che si trovano all'estero?
Finito l'anno di servizio civile mi si ripresentò la questione del "cosa fare". Attraverso l'associazione dove avevo svolto il progetto, mi si stava aprendo la possibilità di iscrivermi a un dottorato, ma non era la strada che volevo percorrere. Avevo le idee chiare sul voler studiare audiovisivo, soprattutto gli aspetti tecnici della professione, però volevo farlo lavorando e Barcellona mi sembrava un buon posto per farlo, considerando che all'epoca trovare un lavoro per mantenersi era relativamente semplice e oltretutto quasi tutte le università e scuole professionali della città organizzano corsi serali. Non trovai niente di meglio e cominciai a lavorare in una caffetteria (Starbucks) e nel frattempo mi iscrissi al master, che era serale e durò quasi un anno e mezzo. Sono contenta di quella scelta, perché i creatori del master avevano studiato un programma innovativo e anche molto pratico e quell'anno e mezzo di studi mi ha dato un'infarinatura generale su tutto il processo di creazione audiovisiva.
In generale credo che l'approccio spagnolo alla didattica sia molto più pratico che quello italiano. Ho avuto in questi anni molti amici che studiavano all'università, e normalmente nelle università spagnole la maggior parte degli esami sono scritti. Gli studenti mi sembrano meno "carichi" di libri come noi, studiano sugli appunti (normalmente preparati dai professori) e hanno una serie di prove pratiche che se completate durante l'anno rendono l'esame finale quasi una formalità. Ma in generale il livello didattico che ho sperimentato non é altissimo. In parte ovviamente é dipeso anche da me perché durante i miei periodi universitario e post-universitario ho avuto anche altri interessi e non ho dedicato tutto il mio tempo libero allo studio, però credo che mi siano anche mancate strutture e mezzi adeguati. In entrambi le università dove ho studiato, ho avuto la sensazione che avrei voluto lavorare più sodo. Ovviamente questa é la mia esperienza e molti studenti non saranno d'accordo.
Come hai trovato il tuo primo lavoro in Spagna come stagista presso la BTV? Hai mandato un cv? Te l'ha procurato la segreteria del master che hai frequentato?
Il mio master prevedeva uno stage volontario. Chiesi alla segreteria del Master di aiutarmi a cercarlo ma non ci persero troppo tempo e non conseguirono nulla. Nel frattempo attraverso un ex-collega di Starbucks avevo fatto un colloquio in una multinazionale ed avevo cambiato lavoro. Mi avevano assunta nel dipartimento di formazione degli impiegati di General Motors, dove tuttora lavoro part-time. Era (ed é) un lavoro puramente amministrativo, e poco interessante a dire la verità, però decisamente meno stancante che lavorare in un bar. Dalle finestre dell'ufficio vedevo il palazzo della Televisione di Barcellona, una televisione locale di livello abbastanza alto, sia per quanto riguarda le infrastrutture che la programmazione. Scrissi una mail al dipartimento di risorse umane della televisione dicendo che lavoravo giusto di fronte e che avrei potuto combinare i miei orari in modo da fare uno stage part-time. Mi dissero di sì e così cominciai un periodo di "maratona" in cui lavoravo in ufficio 6 ore al giorno, uscivo per pranzo e attaccavo in TV per altre 4 ore. Era stancante, ma ero veramente contenta per quello che stavo facendo. Finito lo stage, la TV mi contrattò per coprire una maternità, sempre con orario part-time, quindi decisi di non lasciare l'altro lavoro e continuai con entrambi. Scaduto il contratto di sostituzione, era già 2008 e cominciavano a sentirsi gli effetti della crisi. Non mi rinnovarono il contratto e cominciai un altro stage, sempre part-time, in un'altra televisione locale. Anche qui dopo pochi mesi mi contrattarono, ma sempre in condizioni abbastanza precarie.
Sentendo anche le esperienze dei tuoi colleghi italiani, ti sei fatta l'idea che ad uno stagista in Spagna vengano offerte più possibilità rispetto ad un parigrado in Italia?
Una cosa che ritengo positiva della Spagna rispetto all'Italia é che un'impresa può prendere uno stagista solo fino a quando é ancora studente. Una volta finito di studiare in teoria non é più possibile (dico in teoria, perché per esempio io stessa ho fatto un secondo stage quando non ero più studente, firmando una liberatoria). In Spagna spesso gli stage sono remunerati almeno un minimo, cosa che in Italia credo accada meno. Ma in ogni caso credo che in entrambi i paesi manchi una regolarizzazione seria degli stage; in Spagna vedo tantissimi soprusi, come vere e proprie posizioni lavorative spacciate per stage solo per risparmiare sul compenso e ho la sensazione che nel campo della comunicazione, del giornalismo e delle professioni più creative, questi soprusi siano ancora maggiori.
Negli ultimi anni hai ricoperto diversi ruoli: operatrice, direttore della fotografia, regista ed anche autrice. Ti sei formata sul campo? Quanto gli studi fatti ti sono stati d'aiuto?
Sono partita dal montaggio e dalla post-produzione, facendo oltre al master, svariati corsi brevi di 40-60 ore per imparare a usare i vari software (per poi continuare da sola). Grazie alle due televisioni dove ho lavorato, ho invece imparato a operare la videocamera. Il mio primo giorno di stage nella Televisione di Barcellona mi mandarono insieme a un'operatrice a riprendere un piccolo concerto. Il giorno dopo sarei dovuta andare a un'altro evento con la stessa operatrice, ma lei ebbe un problema e non venne a lavoro. Alché andai da sola e me la cavai con quello che mi aveva spiegato il giorno prima. Posso dire di aver imparato lavorando e con quello che di volta in volta mi spiegavano operatori più esperti.
Mi sono improvvisata direttrice della fotografia in un paio di cortometraggi, ma davvero non posso dire di esserlo. Credo che ci vogliano studi molto specifici per definirsi tali e purtroppo non ne ho fatti. Anche in questo caso penso di aver imparato qualche rudimento lavorando e aiutando qualche direttore "vero" anche solo spostandogli le luci e vedendo come lavorava.
A Barcellona ci sono almeno 3 grosse scuole di cinema e svariate università, con il risultato che c'é tantissima gente che ha studiato nel settore. Se é vero che questo complica la situazione al momento di cercare lavoro, é anche vero che c'é un certo movimento di produzioni indipendenti. Esistono delle comunità online attraverso cui é possibile pubblicare annunci riguardanti i progetti che si vogliono avviare e cerare collaboratori. Normalmente si tratta di piccole produzioni, cortometraggi, web serie, però attraverso questi progetti ho imparato molto direttamente lavorando.
Per quanto riguarda la scrittura, anche in questo caso ho seguito qualche corso, ma credo che questo sia un campo che trascenda gli studi e sia soprattutto una questione di idee, talento e disciplina.
Non ho studiato regia in maniera specifica in nessun momento, ho direttamente provato a farlo quando ho scritto e diretto il mio primo documentario ed é stata una delle esperienze più difficili e gratificanti che abbia vissuto. Nelle mie, seppur limitate esperienze, ho sempre pensato che la creatività e la competenza non fossero sufficienti, soprattutto per dirigere. Credo che siano molto importanti anche l’attitudine e la personalità. L'anno scorso ho partecipato come aiuto regista a un progetto di lungometraggio indipendente (quello diretto da Federico Arjona) il cui regista era anche autore del progetto e aveva scritto una sceneggiatura a mio parere veramente interessante. Disponeva di buoni attori, (pochissimi) finanziamenti e di collaboratori volenterosi, ma era una persona estremamente lunatica e disorganizzata. Il progetto non fu mai portato a termine, con grande delusione di tutti. Altre volte ho lavorato con registi (specifico che si tratta sempre di piccoli progetti indipendenti) che invece monopolizzavano completamente il lavoro, togliendo ogni possibilità creativa ai vari collaboratori, e mio avviso sprecando parte delle loro potenzialità. Credo che il regista debba essere il direttore di un team, ma deve essere anche in grado di valorizzare i singoli talenti a sua disposizione.
Nel 2010 hai realizzato il tuo primo documentario? E' stato difficile trovare un produttore? Come funziona insomma in Spagna per una giovane regista ha un'idea che vuole far diventare realtà?
In Spagna, come credo in Italia, é molto difficile per una persona giovane trovare delle sovvenzioni o un produttore per un progetto. Personalmente cerco di tenermi informata su bandi e concorsi ma non é una strada facile. Attraverso una di queste comunità online che ho menzionato prima, nel 2009 creammo un piccolo gruppo e filmammo il capitolo pilota di una serie. Lo presentammo a un bando ma non fu selezionato. Normalmente la gente giovane con un'idea, cerca di presentarla alle case produttrici o in qualche televisione, ma é veramente difficile ottenere delle risposte.
Io avevo un'idea per un documentario e la presentai a un programma di TV3, simile alla nostra RAI3, che seleziona progetti documentari di autori alle prime esperienze (non necessariamente giovani). Fui selezionata per una prima riunione e di lì cominciò una lunga negoziazione per definire il tema e le norme di realizzazione. Una volta approvato il progetto avevo a disposizione 5 giorni di riprese, in cui mi vennero forniti i mezzi necessari (operatore e tecnico del suono compresi) e successivamente 15 giorni di montaggio (con sala e montatore compresi). Si tratta senza dubbio di una grande opportunità, ma che io sappia non esiste nei canali spagnoli una possibilità simile per programmi di fiction.
Fino a qualche anno fa la Spagna era un "mondo felice", ora la crisi è arrivata ache lì. Si avverte questa crisi nel campo del cinema e della televisione?
Credo che la crisi in Spagna si sia avvertita tantissimo, soprattutto perché prima del 2008 l'economia spagnola era in crescita e gli umori generali erano abbastanza positivi, quindi il contrasto con questi ultimi anni é stato ancora più forte. Non posso fornire dati statistici, ma nella mia esperienza la televisione e il cinema ne hanno entrambi risentito parecchio. Parlando con persone di piccole case produttrici mi hanno confermato che la quantità dei progetti che gli vengono commissionati é scesa notevolmente, e che adesso subiscono la concorrenza anche delle grandi case di produzione, che data la scarsità di lavoro cercano di accaparrarsi anche progetti piccoli che prima scartavano (per esempio piccoli spot pubblicitari).
Personalmente ho fatto almeno 4-5 colloqui negli ultimi due anni per progetti audiovisivi abbastanza grossi che poi non sono mai partiti per mancanza di fondi, e amici e conoscenti che lavorano nello stesso settore hanno vissuto esperienze simili.
Progetti e collaborazioni non remunerati ce ne sono sempre stati, ma quest'anno per la prima volta mi é capitato che mi chiedessero dei soldi per partecipare a una produzione (in realtà con modalità differenti questa cosa mi é successa 3 volte negli ultimi mesi). Ne racconto una: una rivista online di nuova creazione, dopo una selezione abbastanza lunga mi aveva "pre-selezionato" offrendomi di realizzare (a mie spese e con la mia videocamera) dei reportage per i quali avrei dovuto trovare anche uno sponsor. A cambio del 40% di quanto offertomi dallo sponsor, la rivista online mi dava la “possibilità” di pubblicare i miei reportage sul loro sito. La cosa frustrante é che probabilmente qualcuno accetta queste condizioni. Perché normalmente chi vuole lavorare come giornalista é spinto anche da una certa vocazione e rischia di cadere in condizioni di questo tipo solo perché vuole iniziare e ha le spalle al muro.
Torneresti a lavorare in Italia?
Credo che per una buona opportunità lavorativa in questo momento andrei quasi ovunque.
Il tuo film nel cassetto?
In questi giorni sto lavorando alla stesura del progetto per il mio secondo documentario. L'argomento é la trasformazione di un quartiere di Barcellona che era stato sede delle principali industrie tessili della regione. In un certo senso era "nel cassetto" perché io lavoro in quel quartiere da 6 anni e già qualche anno fa avevo cominciato a investigare sul tema, ma poi avevo messo da parte l'idea. Dopo questo progetto mi piacerebbe provare a scrivere una sceneggiatura di finzione.
Mariella Sellitti
mariella.sellitti@libero.it
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