L’uomo nel
mondo industrializzato di Metropolis e Tempi moderni
di
Leonardo Gregorio
Se è vero che Metropolis (1927)
e Tempi Moderni (1936) sono film tra loro molto diversi,
risulta tuttavia piuttosto evidente in Lang quanto in Chaplin
l’intenzione di voler porre l’accento soprattutto
sulla condizione umana nel mondo industrializzato e sugli
effetti e le conseguenze che investono l’uomo nel
suo rapporto, tutt’altro che simbiotico, con la macchina.
Ambedue i registi scelgono lo stile a loro più congeniale:
l’autore viennese dà vita a un’opera
in cui si intrecciano efficacemente il drammatico e il fantascientifico;
Chaplin, invece, realizza un film imbevuto di succhi tragicomici.
È soprattutto l’essere umano che Chaplin e
Lang intendono mettere al centro della loro riflessione:
l’uomo a stretto contatto con la macchina subisce
tutta una serie di implicazioni che vanno a investire non
soltanto la sua psiche ma anche le radici dei suoi movimenti,
della sua mobilità, dei suoi comportamenti. In questo
senso è possibile scorgere in entrambi gli autori
un lavoro millimetrico su questo aspetto: su come l’estenuante
fatica, la forzata contiguità tra l’uomo e
la macchina, questo annullarsi dell’uno dentro l’altra,
vadano a generare venefiche conseguenze sull’essere
umano, segnatamente sul suo corpo. Un corpo che, tuttavia,
nei due film agisce o “reagisce” in modo diverso.
Tempi moderni è ambientato negli Stati Uniti degli
anni Trenta del XX secolo: sono gli anni problematici della
crisi economica.
Charlot, nonostante i tempi durissimi della catena di montaggio,
sembra in qualche modo resistere, nel senso che può
ancora vantare una propria lieve autonomia rispetto alla
macchina, non è stato ancora del tutto assimilato
ad essa. Il suo corpo per quanto slegato, impazzito, “precarizzato”,
non è ancora disposto a sottomettersi in pieno. Egli
farà da cavia, verrà maltrattato e letteralmente
preso a schiaffi nella penosa prova dimostrativa della marchingegno
appositamente creato per dar da mangiare agli operai e risparmiare
sui tempi della produzione. Da questa disgraziata prova
ne uscirà impaurito, sfinito, ma non ancora vinto.
Anche quando si troverà, suo malgrado, a scivolare
all’interno degli ingranaggi dei macchinari, ne verrà
fuori comunque quasi illeso: il suo corpo si infila nelle
ruote e nelle spire meccaniche, senza sopperire del tutto,
mantenendo una certa morbidezza, una sinuosità, come
se volesse stabilire prepotentemente il proprio statuto
di “verità” e di essere altro, indipendente,
unico. Uscito da quell’ammasso di ruote dentate, l’omino
è rintronato, la sua mente destabilizzata ma il suo
corpo vuole prendersi una rivincita, ora vuole dimostrare
la sua superiorità, la sua forza tutta umana: prende
avvio così l’episodio della famosa danza liberatoria
di Charlot, i suoi movimenti leggeri, in contrasto con la
durezza dell’ambiente, disegnano cerchi e forme vellutate
e finiscono irrimediabilmente col provocare scompiglio all’interno
della fabbrica.
Il corpo di Charlot fuori dalla fabbrica, sebbene si muova
all’interno di situazioni difficili, di fronte a momenti
imprevedibili, corrobora la sua “vitalità”,
grida la sua presenza. Il suo è un corpo ipersensibile,
nervoso, emozionale, antitetico alla freddezza e alla staticità
della macchina industriale.
Nella sua icastica satira della società di massa
tayloriana, l’autore e attore londinese cerca di ribadire
la necessità di una salvaguardia dell’individualità
dell’uomo, della sua dignità.
Il film di Lang, invece, è ambientato in una immaginaria
città di un imprecisato futuro, è una proiezione
cupa di un domani che, sembra suggerire il regista, non
è poi così distante.
In Metropolis, nel corpo, di umano si rintracciano soltanto
piccoli e frammentati rimasugli: gli operai che lavorano
nella parte “bassa” della città costituiscono
le viscere del super-corpo Metropolis, il suo magma, ma
la loro fisicità sembra non possedere più
nulla di viscerale. Essi sono a tutti gli effetti dei robot.
La grandiosità spaziale di Metropolis, il suo sistema
verticale, le sue vertiginose profondità schiacciano
l’uomo; gli operai vivono nella città sotterranea,
in un mondo compresso, totalizzante: la città degli
operai è di fatto la fabbrica.
La geometrizzazione perfetta degli spazi e dei luoghi della
città, degli esterni e degli interni, si riverbera
anche nei movimenti rigidi dei lavoratori quasi che il loro
organismo fosse regolato da un meccanismo interno, una sorta
di metronomo insito nel loro corpo. Siamo lontani qui dalla
figura allegorica del gregge di pecore di Tempi moderni:
a quella calca disordinata, informe, fa da contraltare in
Metropolis quello che sembra assumere le fattezze di un
vero e proprio esercito perfettamente addestrato di automi
marcianti che si dirigono o si ritirano dal lavoro con espressioni
facciali spente, svuotate di luce. I loro corpi eseguono
meccanicamente gli stessi gesti, gli stessi movimenti, è
pressoché impossibile distinguere un operaio dall’altro;
nel loro lento avanzare terribilmente regolare e cronometrico
o nello svolgimento “matematico” delle loro
mansioni è ravvisabile una immagine limpida, quanto
funesta, della civiltà della produzione e della macchina.
Se Charlot può uscire fisicamente indenne dai meccanismi
in cui è rimasto incastrato, qui il minimo errore
risulta essere fatale o comunque non privo di gravissime
conseguenze: ecco che la macchina può allora assumere
i tratti terrificanti di un mostro, di un Moloch che ingurgita
le sue vittime, che trae energia dalla vita degli uomini.
In Metropolis si compie un’operazione di compenetrazione
e assimilazione totale tra macchina e uomo e se quest’ultimo
ormai si muove esattamente come un robot, il robot ora sa
muoversi come un essere umano, la macchina è in grado
di soppiantare l’umano, di prenderne il posto: l’inumano,
la macchina, si fa carne. Esemplare in questo senso è
la figura di Futura, il diabolico robot che assume le sembianze
di Maria. Gli operai sono per certi versi come Futura, se
pur di segno diverso, ormai solo parvenze di umanità.
Essi sono talmente schiavi delle macchine che anche ribellandosi
contro di esse ne uscirebbero sconfitti, tanto dipende ormai
la loro vita da queste.
Un elemento importante nelle due opere risiede, poi, nella
figura muliebre: Maria in Metropolis, la Monella in Tempi
moderni. La donna in questi due film assume una rilevanza
non indifferente proprio perché viene caricata di
un significato particolarmente preciso, ossia quello della
salvezza, o quantomeno della speranza, della speranza di
salvarsi. La donna come simile, come soggetto umanamente
affine al protagonista maschile (Charlot in Tempi moderni,
Freder in Metropolis). Nella società capitalistica,
sembrano voler dire i due autori, imperniata ormai su una
umanità contaminata, si potrebbe dire quasi una umanità
“algebrica”, che si fa unità, numero,
la figura femminile sembra accendere un barlume di fiducia,
incarna il bisogno e il desiderio dell’amore, del
legame; bisogno e desiderio che si fanno tanto più
disperatamente vitali e essenziali in una società
massificata, disseminata di fiotti di solitudini.
Monella è come Charlot: una vagabonda, una figura
che, perduto il padre, e con le sorelline lontane, si ritrova
sola, affamata, sperduta nella città, alla ricerca
di affetto, ma soprattutto di qualcuno con cui condividere
la propria bontà, la propria candidezza d’animo,
in altre parole, la propria umanità.
Maria è come Freder: dotata di grande sensibilità
come il ragazzo, diventa per lui, come per gli operai di
Metropolis, una figura importantissima, portatrice d’amore.
Le sue dolci parole servono ad alleviare le sofferenze,
a lenire i cuori infranti dei lavoratori della città
sotterranea e soprattutto quello del giovane Freder.
La donna, prima ancora che d’amore, potremmo dire,
si fa messaggera di solidarietà.