INCONTRO CON TOBY WHITHOUSE: PER SCRIVERE BENE BISOGNA PENSARE CHE SARA’ UN FALLIMENTO!
Per il secondo anno consecutivo il RomaFictionFest, che si svolgerà nella capitale dal 5 al 10 luglio, e la SACT (Scrittori Associati di Cinema e Televisione) ha organizzato una serie di incontri con alcuni tra i più importanti creatori di serie televisive di successo a livello internazionale. Il primo di questi incontri, avvenuto nella sede dell’ANICA, ha visto protagonista l’inglese Toby Whithouse. Attore, scrittore per il teatro (la sua prima opera è stata scelta per inaugurare il Soho Theatre) e sceneggiatore, Whithouse è il creatore di una serie per la BBC di straordinario successo: “Being Human”. Per questa serie, giunta in patria alla terza edizione, lo sceneggiatore ha vinto nel 2009 il Writer’s Guild Award per la migliore serie televisiva. “Being Human”, come lo stesso Whithouse ama sottolineare, è il risultato di un eccellente mix di elementi: Commedia, dramma, horror e fantasy. La molteplicità di codici adottati per questa serie tv, che vede protagonisti un vampiro un fantasma ed un lupo mannaro, rispecchia a suo giudizio la vita che è fatta di tanti toni e generi diversi. Proprio perchè la vita è piena di generi diversi Whithouse ritiene che sia responsabilità dello scrittore raccontarla per quello che è. “ La vita è piena di sorprese e di eventi inaspettati”, continua lo sceneggiatore inglese. “E quando qualcosa accade non è che poi diciamo: Oh mamma mia, ho appena cambiato codice!”. Se questo è ciò che accade nella vita vera non vi è perciò motivo di usare un unico tono quando si scrive una sceneggiatura. Riguardo al “metodo giusto” per scrivere bene Whithouse ha poi una sua particolare teoria: “Se scrivi qualcosa pensando che qualcuno la vedrà o la leggerà, immediatamente ti autocensuri e ti comprimi. Per scrivere bene bisogna far finta che sarà un fallimento completo!” . Un metodo che nasce dalla sua esperienza personale. “Ad un certo punto, mentre lavoravo su “Being Human”, era arrivato alla conclusione che quel progetto non si sarebbe mai fatto. E’ stato in quel momento che mi sono sentito completamente libero di fare quello che volevo ed è andata bene”. L’esperienza come attore gli viene, invece, in aiuto quando si tratta di scrivere i dialoghi. “Non c’è nessuna battuta nella sceneggiatura che io non abbia riletto ad alta voce assicurandomi che potesse venire detta senza che l’attore dovesse slogarsi una mascella”. Il suo passato di attore lo spinge anche ad essere generoso con i suoi ex colleghi. Tutti i personaggi delle sue sceneggiature hanno un nome, persino il ragazzo del bar o il poliziotto. Whithouse sa bene che in un curriculum da presentare ad un provino fa più effetto scrivere che in una data serie si è interpretato il tale personaggio piuttosto che un generico “poliziotto” o “ragazzo del bar”. Questo è anche il motivo per cui se un personaggio ha una sola battuta lui si assicura che sia una battuta comica così da farla rimanere impressa allo spettatore. Il fatto che Whithouse sia nato come attore non lo spinge, però, a lasciare spazio a quegli attori che tendono a mettere in discussione il copione. “Quando un attore contesta una battuta sostenendo che il suo personaggio non lo direbbe mai, io immediatamente rispondo che deve dirla perchè è scritta nella sceneggiatura.”. Whithouse, rispondendo ad alcune domande del pubblico composto per lo più di professionisti del settore e di studenti di scuole di cinema, ha messo in evidenza la centralità del ruolo dello sceneggiatore nella televisione inglese tanto più se si tratta di un creatore di serie. Chi crea una serie televisiva ha diritto di parola anche nella scelta del cast, cosa ben lontana da quello che, purtroppo, accade in Italia dove lo sceneggiatore, soprattutto nella lunga serialità, tende ad essere scavalcato se non addirittura emarginato. In altra sede (Fiction Day) si è recentemente discusso della supposta “mancanza di creatività” degli sceneggiatori italiani che non producono format di successo per la lunga serialità ccostringendo i broadcaster ad acquistarli all’estero. Forse se si lasciasse agli sceneggiatori la libertà di esprimere la propria creatività, la situazione potrebbe venir ribaltata.
Mariella Sellitti
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