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W IL DIBATTITO. W IL CINEMA

A dimostrazione che sotto le ceneri del cinema italiano covi ancora un po’ di “sacro fuoco polemico” il piccolo dibattito scatenatosi ieri durante la presentazione, presso un noto albergo, di via Veneto del volume “La dolce vita raccontata dagli archivi Rizzoli”. Presenti, fra gli altri, il regista Pasquale Squitieri, lo scrittore Italo Moscati (autore della presentazione del volume), il regista Gianfranco Angelucci e il giornalista Umberto Rondi, figlio di Brunello sceneggiatore “sul campo” di molti film di Fellini. A dar fuoco alle polveri, in un certo senso, è stato Moscati. Nel suo intervento ha, infatti, sottolineato che “siamo diventati incapaci di giudicare un film. Corriamo dietro ai premi e ai Festival”. A scaldare l’atmosfera ci ha pensato poi Pasquale Squitieri che non ha esitato a dare una sua sconfortante visione del panorama culturale e cinematografico italiano. Un cinema, quello italiano, che ormai è stato superato dalla televisione o meglio che dipende dalla televisione. Una volta il regista sceglieva le inquadrature pensando al grande schermo della sala cinematografica e agli spettatori che dovevano avere lo stesso impatto di fronte ad un’inquadratura sia che fossero seduti in terza fila che nelle ultime. Adesso il termine di paragone è la televisione e quindi il salotto di casa. La distanza da prendere in considerazione quando si gira un film è quella fra il divano e la tv. Ecco perché, fa notare Squitieri, vi è un trionfo di primi piani nei film che si girano oggi, anche perché ormai un regista sa che se vuole fare un film deve farne uno che poi si possa vendere ai canali televisivi e quindi che sia televisivamente adatto. Il primo ad averlo capito è stato il grande Ingmar Bergman che in “Scene da un matrimonio” predilige in primi piani. Certo, sottolinea Squitieri, se il primo piano in questione è quello di Liv Ullmann allora ha un senso se è quello di qualcun altro decisamente meno. A conclusione del suo intervento, che ha creato non pochi mormorii in sala, Squitieri dà anche la sua personale interpretazione del cinema felliniano ed in particolar modo de “La dolce vita”. A suo dire il cinema di Fellini è crepuscolare e per certi versi funerario. In pieno accordo con le parole del regista, il giornalista Umberto Rondi. Rondi nel ricordare il padre Brunello, sceneggiatore fra gli altri anche di due capolavori come di “8 ½” e “ Giulietta degli spiriti”, fa presente che anche suo padre pensava le stesse cose della cinematografia del regista riminese. La famosa scena della fontana in “La dolce vita”, ad esempio, che per molti è una sorta di trionfo della vita, in realtà nasconde una serie di simboli funerari e il girotondo che conclude “8 ½” può essere senza dubbio visto come una rappresentazione della paura che Fellini aveva della morte e quindi una rappresentazione della vita come un cerchio che come tale non ha né un inizio né una fine. In totale disaccordo con questa visione del cinema felliniano, Gianfranco Angelucci che è stato a lungo collaboratore di Fellini. Angelucci ha infatti messo l’accento sul grande amore per la vita che aveva Fellini. Fellini assaporava ogni momento e non si lamentava mai di nulla. A suo dire, perciò la sua visione era sicuramente gioiosa e per nulla crepuscolare. A di là delle posizioni dei singoli, tutte ovviamente rispettabili, fa piacere pensare che ci sia ancora nel panorama cinematografico italiano, forse un po’ troppo nascosto, un sano bisogno di discutere e confrontarsi anche in maniera polemica. Sono proprio piccoli dibattiti, che spesso nascono spontaneamente e non intorno a formali tavole rotonde troppo autoreferenziali, come questo a far ben sperare. Il cinema è ancora vivo nel nuovo millennio. Per fortuna.

Mariella Sellitti


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