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A UGO PIRRO

Confessione di un aspirante sceneggiatore

Quando cominciai a credere nella mia passione per il cinema mi concentrai subito sulla figura dello sceneggiatore. Mi attirava l’idea di dare l’incipit del racconto per immagini, ed essere tra quelli che stabiliscono i primi tasselli da inserire nella complessa ‘macchina cinema’. Tra i vari manuali di sceneggiatura che cominciai a leggere trovai che quello scritto da Ugo Pirro ‘Per scrivere un film’ era sorprendentemente fuori dagli schemi. Scoprii che erano curiosi, audaci e senza dubbio originali i rimandi che servivano a spiegare l’importanza dell’idea cinematografica o il metodo per stabilire la caratterizzazione di un personaggio. Presto, continuando a curare i miei interessi per il cinema, ancora come un hobby, riconobbi in Pirro uno dei più grandi sceneggiatori del cinema italiano. Poi seppi che avrebbe tenuto il corso di sceneggiatura alla Nuova Università del Cinema e della Televisione e decisi di trasferirmi da Palermo, dove vivevo, a Roma per parteciparvi. Fu un passaggio importante perché, oltre al trasferimento, mi avvicinavo al mondo del cinema e Ugo Pirro, da personaggio da ammirare e forse un giorno anche da emulare, stava per diventare il mio Maestro (‘Si, Maestro di musica’ rispondeva a chi lo chiamava così). Dall’illusione di un mestiere ‘privilegiato’ perché ispirato da una grande passione e perché comunque non è certo andare a lavorare in miniera, si passò quindi alla realtà fatta di delusioni, scoraggiamenti, e di intoppi di ogni genere. Pirro ci insegnava tra le altre cose il ‘rovescio’. ‘Quando ti viene in mente un’idea pensa subito al contrario e vedi se funziona’. Il problema era che Pirro aveva sempre l’idea giusta per ogni scena, magari non proprio sempre, ma il più delle volte sì. Quella che a te non sarebbe mai venuta in mente (sicuramente mai con quella rapidità e spontaneità). E fu per questo che all’inizio e per un po’ di tempo durante il corso, lo confesso, mi scoraggiai. Perché pensavo di non poter essere mai come lui e quindi non avrei mai potuto fare lo sceneggiatore. Poi imparai che ‘il talento è il lavoro’. Così ci ripeteva. ‘Più scrivete, più vi esercitate, più facilmente troverete le idee’. Ed era così. Alla fine del corso Pirro non era solo il mio Maestro, conquistavo un altro impensabile traguardo. Diventava un mio amico. E da quel momento in poi la sua figura si trasformava per me, senza accorgermi della differenza tra i vari passaggi, da genitore premuroso, a maestro rigoroso, ad amico schietto. Tutto in uno, una figura senza età. Burbero e generoso, sensibile e rigoroso, inflessibile e spiritoso, testardo e amabile. Mi ha insegnato tanto come sceneggiatore e come uomo e io non solo lo ringrazio ma non smetterò mai di ritenermi fortunato per aver condiviso parte della mia vita con lui. Una parte che mi mancherà da adesso in poi, ma imparerò a farci i conti. Continuerò a fare l’aspirante sceneggiatore. Anche se per quanto mi riguarda ho già vinto il premio più ambito quando su un mio lavoro Pirro mi concedette un ‘Non è male’.

Alessandro Anselmi




Di nuovo… www.celluloide.it

Un giorno nell’autunno del 1997 Ugo Pirro mi chiamò a casa e mi disse che avremmo dovuto vederci al più presto. Aveva avuto un’altra delle sue idee. Nel pomeriggio lo raggiunsi a casa. Entrai nel suo studio e mi disse che dovevamo assolutamente fare una rivista di cinema su internet. L’esigenza era quella di dare spazio agli sceneggiatori e a chi avrebbe voluto diventare sceneggiatore. Insieme andammo alla libreria il Leuto dove ci aspettava Georgette Ranucci che, entusiasta, entrò immediatamente nel progetto di Ugo. Il tempo di radunare gli altri allievi “storici” Alessandro, Donata e Mariella e partimmo. Ugo aveva capito il potere che Internet avrebbe conquistato di lì a poco. Su www.celluloide.it abbiamo ospitato un concorso di soggetti e un corso di sceneggiatura on-line e tante rubriche che guardavano agli aspetti essenziali della scrittura cinematografica del passato, del presente e del futuro. Negli ultimi anni, però, la rivista ha rallentato e gli aggiornamenti si sono fatti più occasionali. Fino ad oggi. Venerdì scorso, purtroppo, dopo una lunga malattia Ugo è morto. Per onorare la sua memoria e per colmare il grande vuoto che in tutti noi ha lasciato, ci sembra necessario riprendere quel progetto nel quale, con la sua proverbiale ostinazione, credeva così tanto e che fino all’ultimo ha considerato un luogo libero nel quale dare spazio alla scrittura, alle idee, ai giovani. Per questa ragione invitiamo tutti coloro che vogliono a collaborare con noi per restituire a www.celluloide.it la vitalità e la passione con le quali è stata creata.

Daniele Di Biasio




Ugo Pirro un Maestro per sempre

Quando giunsi alla NUCT, la Nuova Università del Cinema e della Televisione, a Febbraio, con tre mesi circa di ritardo rispetto al regolare inizio delle lezioni, mi trovai davanti una scena bizzarra: intanto agli “sceneggiatori” era stata destinata non un’aula, ma un ufficio, quello del Presidente, vale a dire scrivania, poltrone, moquette, aria condizionata. D’altra parte erano soli quattro gli iscritti, cinque con me, contro classi di venti, venticinque per il corso di regia. Tutti vogliono fare il regista! Lo sceneggiatore, di norma, viene confuso con lo scenografo. Presi posto con grande imbarazzo davanti alla scrivania dove sedeva questo signore dall’aria non proprio socievole ed i capelli bianco latte. Doppio premio Oscar, due Palmarès a Cannes, mi informarono i miei compagni. Non ebbi tempo di elaborare l’informazione, che l’anziano signore mi chiese di che mi occupassi. Io sfoderai i miei titoli, ovvero la laurea. Lui passò oltre e chiese anche agli altri che già conosceva. Sembrava non gli importasse molto di chi fosse laureato e chi no e, forse per suo divertimento, iniziò a domandare a raffica in che regione si trovasse questa o quella città. Furono momenti di imbarazzo assoluto per tutti. Poi la “classe” riprese la lezione. I quattro neofiti erano alle prese con un’improbabile storia: due treni che andavano in senso opposto, uno da Milano a Messina, l’altro da Messina a Milano, su cui viaggiavano due coppie, una giovane ed una anziana. Su un treno il tempo scorreva nell’ordine naturale, sull’altro treno, il tempo scorreva a ritroso. Già discutibile, ma ciò che mi indusse al mutismo fu l’incomprensibile dinamica della lezione. Ogni tanto infatti, nel silenzio, uno dei ragazzi faceva la sua proposta: “…E se facessimo che lui le dice che non l’ha mai sopportata e si alza ed esce?”. Momento di silenzio. Attesa. Poi l’anziano signore diceva semplicemente “No,. Non funziona”. Ricordo Mariella Sellitti, oggi sceneggiatrice per la tv, scrivere con la sua mano piccola e veloce appunti su un foglio, come cercasse una formula chimica sconosciuta. Alessandro Anselmi, oggi redattore, meditare con gli occhi coperti dai capelli che ogni tanto con un movimento della testa buttava all’indietro. Tutti meditabondi ed un po’ incerti. Subito pensai al “Che cosa sta pensando Quiz”, la parodia che ad “Indietro tutta!” Frassica faceva ai quiz della tv anni ’80. Ognuno riprendeva a pensare fino alla proposta successiva, accolta , quasi sempre, con un annoiato “Si, vabbè..Ma che si vede?”. Quella, imparai, era una bocciatura. Assai raramente però capitava che la proposta fosse accolta con un cenno affermativo del capo. Quella, inspiegabilmente per me, andava bene. Quando mancava poco alla fine della lezione, decisi di lanciarmi. “E se la coppia di anziani ripercorresse il giorno in cui si conobbero con un flashback?”dissi con tono spavaldo. Silenzio. Poi, senza neppure guardarmi, stirò le labbra e scosse la testa. “No”. Tornai a casa e dissi a mio padre che non volevo andare più, che non era un corso di scrittura tipo giornalismo, non serviva a nulla. Lui si arrabbiò, disse che era il mio solito atteggiamento impaziente e che ormai una settimana la dovevo fare. Il pomeriggio seguente, dopo circa mezzora di lezione, feci la mia stanca proposta. Fu la prima volta che incontrai quegli occhi azzurri, impertinenti e divertiti a cui poi ho tanto voluto bene. Mi disse “E poi? Vai avanti …” Ugo Pirro è stato il mio Maestro e non ho mai smesso di dichiararmi sua allieva, anche a distanza di tanti anni. Un Maestro è per sempre. Ciò che mi ha insegnato sin dalle prime lezioni è inutile cercarlo in un manuale. Parlo di “sentire” il ritmo del racconto, capire cosa va o non va, non cedere a falsi moralismi, non scandalizzarsi mai e quindi saper cogliere l’incredibile varietà dei casi della vita poiché, al di là di qualsiasi immaginazione, la vita insegna sempre qualcosa di inedito ed inaudito. Nell’arte del raccontare nulla è lasciato al caso e tutto risponde alle leggi della dinamica. Altrimenti la storia si inchioda e non cammina più, la gente inizierà ad accavallare le gambe, a guardare l’orologio, ad annoiarsi. Quello è il momento per giocare di “rovescio”, la mossa che più di ogni altra identifica Ugo Pirro. Il “rovescio”, ovvero il gusto irriverente e sottile del sovvertire l’ordine, sparigliare le carte, togliere certezze. Quando vidi per la prima volta quel capolavoro che è “Indagine su un cittadino al disopra di ogni sospetto” –film che con “Il giardino dei Finzi Contini” gli valse due Oscar per il miglior film straniero e due “nomination” dell’Accademia di Hollywood per la sceneggiatura- alle prime due battute, una sensualissima Florinda Bolkan dice al magnetico Volontè “Stavolta come mi ammazzerai?” e lui risponde “Ti taglierò la gola”, ebbi come un sussulto sulla sedia, riconobbi immediatamente le parole di Pirro, come se fossero uscite dalla sua bocca, ancor prima che dagli attori. Il suo era un marchio inconfondibile, un carattere netto che imprimeva nei testi, frutto di sottilissimo acume e di un impegno politico e sociale mai domo, mai asservito e per questo tanto scomodo alle nomenclature di cinema e televisione che troppo spesso, negli ultimi tempi, gli hanno preferito “volti più freschi”, salvo poi assistere alla processione a casa del Maestro per farsi aiutare con una rilettura. Solo lo scorso anno avevo terminato per lui la revisione del suo ultimo romanzo, un giallo raffinato e bizzarro sullo sfondo di una Roma anni ’50. Iniziava con la soggettiva di Bimbo, un cane indolente e curioso che scopre un cadavere. “ Grande !” commentai l’incipit ridendo con Rossella, la moglie, donna ironica ed acutissima osservatrice nonchè insegnante. Lei pensò mi riferissi a lui e soggiunse con aria bonaria “ Si, è un grande ma con un carattere!” Ed era così, lei poteva ben dirlo . Pirro era come uno di quei frutti dalla scorza aspra e dura ma dal nettare dolcissimo. Me ne accorsi la prima volta che mi invitò d’estate a trascorrere un paio di giorni nella sua bellissima villa ad Anacapri. Ero ospite con Daniele Di Biasio, anche lui allievo ed ora collega e regista di documentari. Passammo ore a leggere in terrazza, a chiacchierare. Pirro con la sua macchina ci portò in giro ovunque e per semplificare ci presentava a tutti come “i nipoti”. Furono ore serene, per noi preziose e forse ora penso anche per lui. Quando la sera della partenza ci riaccompagnò al porto, capimmo che quel momento non gli piaceva affatto. Non attese la nave, girò la macchina e via. Oggi che lui non c’è più, amo ricordarlo con le parole di suo nonno, in un episodio che lui stesso ci raccontò. Quando misero il cinema nel suo paese, il nonno ne fu molto colpito. Andava a vedere tutto, senza esclusione. Quando si riaccendevano le luci, infilava il cappello e diceva sempre la stessa frase “Eppur bello è stato!”. Ed è stato proprio così. Grazie Maestro!

Donata Carelli





Ci daremo da fare

Quando più di dieci anni fa ho incontrato, per la prima volta, Ugo Pirro al colloquio per l’iscrizione ad una scuola di cinema che stava allora vedendo la luce, mi era sembrato solo un anziano signore dai modi secchi e sbrigativi che faceva poche spiazzanti domande. Di lui avevo certo sentito parlare ma confesso che, all’epoca, avevo visto sì e no un paio di film della sua incredibile filmografia e non avevo neppure letto, anche se finsi il contrario, il suo famosissimo manuale di sceneggiatura. Non fu un colpo di fulmine. Ugo Pirro non era un uomo da ispirare “colpi di fulmine” ma, una volta che avevi superato la cortina della sua apparente ruvidezza, scoprivi un’inaspettata dolcezza che ti conquistava per sempre. Saresti rimasto ore ad ascoltarlo mentre raccontava, con il ritmo e la sapienza di un narratore d’altri tempi, aneddoti sui suoi inizi nel dorato mondo del “cinematografo” (così lui amava definirlo con un misto di ironia e nostalgia), quando faceva la posta ai produttori davanti ai bar di Piazza del Popolo. Più ti diceva che fare lo sceneggiatore era un mestiere difficile e ingrato (“molti lo confondono con lo scenografo e quasi nessuno se ne ricorda il nome perché di un film agli spettatori rimane impressa la faccia degli attori e al massimo chi ne è il regista”), più tu desideravi di non fare altro nella vita. Era un affabulatore e intimamente sapeva di esserlo, anche se non l’avrebbe mai ammesso. Il suo famoso “caratteraccio” per noi che siamo stati i suoi ultimi allievi era poco più di un mito popolare. A noi Ugo Pirro ha solo riservato un enorme affetto che mal celava dietro i suoi modi burberi. Ci ha portato per mano alla scoperta di un mondo insidioso ma affascinante, facendoci innamorare, come lo era lui, del Cinema con la “C” maiuscola. Il Cinema che racconta la vita. Il Cinema che è stata la sua vita. Quando uscivamo dal suo studio ci salutava con una frase, sempre la stessa: “Datevi da fare”. Era il suo modo per ricordarci che non bisogna crogiolarsi nel ruolo di vittime del sistema ma lottare, sempre e comunque, come lui non ha mai smesso di fare. Ed è anche per lui che ora ci daremo da fare.

Mariella Sellitti


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