DA 'CELLULOIDE' DI UGO PIRRO
Quella donna dai capelli castano chiari e il seno forte che si dirigeva verso via Flaminia con la frettolosità affannosa che dà la paura insieme all'abitudine alla puntualità, era Jone Tuzi, un nome sconosciuto soltanto a chi si è occupato di cinema sempre alla lontana. La storia di come, dove e quando è nato il neorealismo comincia proprio come un romanzo d'avventura, perché fu un'avventura ed è un romanzo che i superstiti raccontano con pudore e rimpianto, confondendo date e circostanze come solitamente avviene quando il disinteresse degli storici fa apparire ingiustamente superflue le memorie dei protagonisti e dei testimoni. Jone avanzava inseguendo la linea d'ombra che in quell'ora violacea si allungava fino al centro della strada.
Una macchina da presa sistemata su un carrello a seguire avrebbe dovuto inquadrarla in primo piano e il "positivo" di questa prima sequenza, insieme a tante altre, dovrebbe essere conservato in cineteca, montato in quel cinegiornale infinito, in quel reportage che manca sulla fine dei "telefoni bianchi" e la nascita del neorealismo. Era il 3 giugno del 1944. Mancava poco meno di un'ora all'inizio del coprifuoco che a Roma, città aperta, suonava alle sei del pomeriggio. Ogni epoca ha la sua misurazione del tempo: allora tutta la vita dei romani era segnata da quell'ordinanza che imponeva di vuotare le strade, di sparire. Passava qualche camionetta tedesca. Nel silenzio impassibile quel rombo metallico e frenetico diffondeva un presagio sospeso fra speranza e paura. Le serrande dei negozi erano già state abbassate, la poca gente che ancora circolava fuggiva verso casa. Sembravano tutti topi smarriti nella luce. Invece Jone Tuzi da casa si allontanava. Abitava a via Veneto; dalla sua strada se ne andava sempre con sollievo. Era un'altra via Veneto allora: era il centro della "triste vita", un film che andava girato una decina di anni prima de La dolce vita, ma a cui nessuno pensò. All'Hotel Excelsior, che quella via domina con la sua mole signorile, tutta riccioli di stucco, precisamente in una suite del primo piano, che anni più tardi avrebbe ospitato i divi di Hollywood, abitava dal settembre del '43 il generale Maltzer, comandante tedesco delle truppe che occupavano la città aperta. Più in alto, verso Porta Pinciana, all'Hotel Flora, era alloggiato il comando delle SS. Nelle camere trasformate in uffici di polizia si ricevevano spie, ruffiani, fascisti e si trascinavano i nemici loro, i sospetti, gli ebrei, gli innocenti. Ma vi restavano poco: dopo il coprifuoco venivano trasferiti a via Tasso, luogo di tortura e di urla, di sangue e di orgoglio. Ma se via Veneto com'era nel '44 non fu mai allestita a Cinecittà, gli oscuri locali di via Tasso soltanto un anno e mezzo dopo, ricostruiti alla meglio in una sala corse di via degli Avignonesi, ospitarono la troupe cinematografica di Roma città aperta… … Tram in giro se ne vedevano pochi: semivuoti vagavano per la città come se corressero su binari privi di itinerari e di mete, quale immagine mobile della città impaurita e nemica degli occupanti. Anche le automobili erano rare e la loro rarità le rendeva sinistre, simili a scarafaggi ingrassati fra le immondizie. Chi ne possedeva ancora una in piena efficienza e in più era autorizzato a usarla, denunciava la sua collaborazione con l'invasore, oppure una furbizia superiore in cui il cinismo si mescolava con la necessità e l'arroganza. Biciclette, invece, non se ne vedevano affatto. Il misero veicolo, sgusciante e leggero, silenzioso e facilmente occultabile, aveva impensierito i tedeschi, messa in crisi la loro efficienza investigativa e repressiva, al punto che il generale Maltzer ne aveva proibito, con una dura ordinanza, la circolazione nell'intento di ridurre la mobilità dei partigiani… Forse se non fosse stata emessa quell'ordinanza, Zavattini e De Sica non avrebbero mai ideato un film come Ladri di biciclette. Mai come in quei mesi l'assenza di biciclette nelle strade fece emergere la loro utilità, così che anche quando, a liberazione avvenuta, quella proibizione fu seppellita, la bicicletta diventò non solo un bene prezioso, uno strumento di lavoro, un mezzo di comunicazione indispensabile in una città priva di mezzi di trasporto pubblico, ma anche il simbolo di un'epoca… In quegli stessi mesi, tra un autunno e una primavera, passando per un inverno tragico che sarà fonte di film memorabili, a tutte le ore e improvvisamente i romani, specialmente i più giovani, si impegnavano in autentiche gare di velocità, allorché i nazisti bloccavano di sorpresa una strada, uno stabile o un intero quartiere ed effettuavano una di quelle retate che altro merito non acquisirono se non quello di suggerire allo sceneggiatore Sergio Amidi e al regista Rossellini una delle sequenze di Roma città aperta…
|