IN RICORDO DI UN SENATORE CHE NON FU

Non ricordo né l'anno, né l’ora in cui conobbi Cesare
Zavattini, poteva essere il 1950 o il '52, ma il luogo quello sì
me lo ricordo. Capitava alla trattoria dei fratelli Menghi sempre sul tardi,
entrava con un passo da canguro ampio molleggiato, gli piaceva parlare con i
pittori. Fra i clienti, (si fa per dire) c'erano anche dei giovani cineasti
di scarso successo e grandi ambizioni. Ma tutti, cineasti e artisti, avevano
in comune due cose: non pagavano i pasti e aspiravano a vivere o di pittura,
o di letteratura o di cinema con ostinazione. Si dipingeva in studi freddi e
spogli, si scriveva in camere ammobiliate senza uso di cucina. Ma se anche ci
fosse stato concesso l'uso della cucina che cosa avremmo potuto cucinare? Niente,
nemmeno il caffé la mattina.
Zavattini aveva, per così dire, già un grande passato ma sembrava
l'avesse lasciato sulla porta, tanto erano simili a noi i suoi atteggiamenti
e l’entusiasmo. Ce n'era in ogni sua parola. Non l'ascoltavamo come un
maestro, anche se lo era, come un collega, anche se in realtà non ci
potevamo considerare tali. Dava a tutti la sensazione di dare qualcosa e di
riceverla in cambio. Ma ogni sua parola era un’idea! Forse fu nel tempo
di quei primi incontri prima che Zavattini lavorasse a un film sul pittore Ligabue
e veniva a osservare i pittori, per così dire, al microscopio. Ma tutti,
anche io, ci sentivamo osservati dalle sue grandi lenti con l'attenzione e l'umiltà
di uno scienziato, di uno che cerca, mosso dall'ansia del sapere, dall'attrazione
per il nuovo, per l'imprevisto
Zavattini collezionava quadri piccoli e gli artisti, quando erano all’estremo
delle loro risorse, andavano fino a casa sua a vendergli uno dei loro quadri
poco più grandi di un francobollo. Li dipingevano per lui. I giovani
cineasti come me avevamo poco da vendergli, semmai ci appropriavamo delle sue
parole, soprattutto di quel suo entusiasmo travolgente, infantile.
Quante sere io con altri, abbiamo trascorso sui divani di casa sua a via Sant'Angelo
Merici. Zavattini era un animatore, ci spingeva ad organizzarci a lottare per
il cinema, con la C maiuscola.
Scriveva nel '56: “Lasciateci affermare che bisogna proprio fare del
cinema italiano perché in questa affermazione, se la si penetra, c’è
una moltiplicazione di temi, un’infinità di temi quasi infinita,
direi un'esplosione di temi e di modi. Ma trovato questo filone bisogna seguirlo
in tutte le sue diramazioni, entrare capillarmente nell'oggetto che é
l'Italia, con le sue meraviglie pubbliche e private, con il suo "movimento"
perpetuo che va dal comico al tragico intorno al perno di una speciale umanità."
I ricordi sono tanti si affollano con quel disordine che solo l'età giustifica.
Avevo scritto il mio primo romanzo, mi feci forza e gli chiesi di leggerlo,
di dirmi se degno della pubblicazione. Zavattini lo lesse, mi disse poche parole,
come sempre fu essenziale: " Toglierei qualche aggettivo"
- Soltanto! - pensai, - allora vuol dire che non gli é dispiaciuto -
Il libro si chiamava Le soldatesse fu tradotto in tutto il mondo con
mia meraviglia e incredulità.
Anni dopo, quando già ero riuscito a combinare qualcosa, gli chiesi di
scrivere la prefazione a un mio romanzo breve Freddo furore che incontravo
difficoltà a pubblicare. Trascrivo qualche rigo proprio per partecipare,
come posso, al grande ritratto che meriterebbe e scusandomi per l'autocitazione:
Conosco Pirro, ma l'amicizia è di sei o sette anni fa, passavo da
S .Benedetto del Tronto, diretto nel favoloso Gargano che forse non c'é,
lui stava in piazza, pareva che mi aspettasse, e nella penombra si parlò
del passato: ha fatto anche l'arbitro di calcio nelle divisioni minime andando
con le ferroviette superstiti da un villaggio all'altro a raccogliere gli sfoghi
e i fischi del meridione. Poi disse che lasciva la letteratura: "Da oggi
scriverò solo per il cinema"
Era generoso con tutti non soltanto con me ed io gli debbo tanto, non soltanto
io, ma tutta la mia generazione. E perché no, anche le nuove.
Incredibile come sia stato dimenticato, e solo in occasione del centenario della
nascita se ne parla con quella sufficienza dei giornali che sembrano tutti impegnati
a scrivere cose definitive
Meritava e merita di più che un piccolo ricordo, di una commemorazione.
Sul settimanale l'EUROPEO scrissi che Zavattini meritava di essere nominato
senatore a vita.
Caro, indimenticabile Cesare guardo un tuo disegno incorniciato fisso sulla
parete di fronte a me e ti rivedo, ascolto la tua voce inconfondibile e mi viene
un gran magone alla gola.
Ugo Pirro
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