QUANDO MASTROIANNI PARLAVA CON LA VOCE DI SORDI
Martedì 5 aprile, la Casa del Cinema, ha dedicato un pomeriggio al doppiaggio ed in particolar modo al doppiaggio dei film italiani con la proiezione di “Anna” di Alberto Lattuada, il primo film italiano ad incassare più di un miliardo in Italia e ad essere doppiato negli Stati Uniti. Il film del 1952, sceneggiato da alcuni dei più bei nomi del panorama italiano del dopoguerra (da Brusati a Perilli, da Sonego a Dino Risi), vede come protagonista una splendida ed ambigua Silvana Mangano contesa fra il “cattivo” Vittorio Gassmann e “il buono” Raf Vallone. La caratteristica peculiare del film è che nessuno dei tre protagonisti parla con la propria voce, ma sono tutti doppiati pur essendo di madre lingua italiana. La Mangano, ad esempio, è doppiata dalla grande Tina Lattanzi, la numero uno delle doppiatrici italiane del secolo scorso tanto da aver prestato la voce a dive del calibro di Joan Crawford e Greta Garbo. Curiosamente la Lattanzi che ha anche un ruolo nel film, quello della madre di Raf Vallone, è a sua volte doppiata da un’altra attrice. Quella che potrebbe sembrare una scelta quanto mai bizzarra, ovvero doppiare degli attori italiani, era però piuttosto frequente in un periodo in cui non era ancora in uso la presa diretta, per molteplici ragioni. La prima, più facilmente intuibile, era ovviamente legata alle capacità artistiche di un attore o attrice che pur essendo dotato del viso giusto per un determinato ruolo, poteva invece non esserne all’altezza dal punto di vista recitativo. Il doppiaggio quindi sopperiva alle mancanze della recitazione. Questo era una vera e propria necessità, soprattutto nell’ambito del filone del neorealismo, quando gli attori venivano presi dalla strada. Un’altra ragione molto frequente era, invece, legata a problemi di natura organizzativa: i film si giravano solitamente in estate ma venivano, poi, doppiati durante l’inverno, stagione in cui gli attori che recitavano anche a teatro erano impegnati in giro per l’Italia. Ecco che perciò le loro voci venivano sostituite da quelle di esperti doppiatori. Un caso notissimo è quello del grande Totò che in diversi film parla grazie a Carlo Croccolo. Negli ultimi film questo espediente era stato reso necessario dalla cecità che aveva colpito il principe De Curtis, impedendogli di vedere le labiali e quindi di doppiarsi, ma in momenti antecedenti proprio dal fatto che, avendo ripreso a calcare le tavole del palcoscenico, Totò non aveva tempo per il doppiaggio dei suoi film. Queste e molte altre curiosità sul mondo del doppiaggio italiano sono raccolte nel volume “Il doppiaggio nel cinema italiano” di Massimo Giraldi, Enrico Lancia e Fabio Melelli (Bulzoni Editore, 2010), presentato alla Casa del Cinema subito dopo la proiezione di “Anna”. Il volume ha in copertina una splendida fotografia di Amedeo Nazzari, accanto a Paolo Stoppa (attore ma anche doppiatore) e a due dei più famosi doppiatori del dopoguerra. La scelta della foto di copertina non è casuale: Amedeo Nazzari è stato l’unico attore che ha sempre categoricamente rifiutato di essere doppiato. Al doppiaggio non si sono sottratti, infatti, neanche attori del calibro di Mastroianni che in un’occasione (“Domenica d’agosto” di Luciano Emmer) parla con la voce di Alberto Sordi. Sordi che è stato anche la voce italiana del grande Oliver Hardy nelle pellicole della coppia “Stanlio and Ollio” dagli anni ’30 in poi. Nelle prime pellicole, infatti, il famoso duo comico, si doppiava da sé assecondando una trovata del regista e produttore Hal Roach. Roach, per non perdere il mercato europeo in un’epoca nella quale l’analfabetizzazione era quasi al 70% e quindi gran parte degli spettatori non in grado di leggere i sottotitoli, aveva pensato bene di far ripetere le scene più volte, ognuna in una lingua diversa (italiano, francese ecc). Gli attori comprimari venivano sostituiti da interpreti di madre lingua, Stanlio ed Ollio leggevano le battute sul gobbo. Questa trovata è all’origine degli strafalcioni linguistici che hanno reso famoso il duo che, non essendo padrone della lingua, leggeva le parole senza capirle e spesso sbagliando gli accenti. E’ il caso del famoso “stupìdo” passato alla storia del cinema. Una fortunata casualità il cui effetto comico fu dirompente tanto che, anche quando si passò al doppiaggio italiano con Sordi, venne mantenuto. Il tema del doppiaggio è certamente un tema di grande attualità. Oggi che fortunatamente l’alfabetizzazione è quasi completa, ci si chiede se sia ancora necessario mantenere un uso che volente o nolente snaturalizza il film. Le emozioni di una pellicola passano sì dal volto degli attori, ma anche e soprattutto dalle loro voci. Perdersi la possibilità di ascoltare quelle originali significa godersi meno il film o meglio non riuscire ad apprezzarlo nella sua interezza. Il doppiaggio è morto? Certamente no, ma forse andrebbe usato con più parsimonia. Magari destinando il doppiaggio soprattutto alle serie tv (il pubblico televisivo è per sua natura spesso più “pigro” di quello cinematografico e quindi meno ricettivo rispetto all’uso dei sottotitoli) o semplicemente lasciando agli spettatori la possibilità di scegliere se vedere il film in lingua originale piuttosto che doppiato. Forse basterebbe soltanto aumentare il numero di sale che proiettano film in lingua originale. Visto il successo delle multisale, un’idea potrebbe essere che almeno un paio vengano destinate alla fruizione di questo tipo di pellicole, magari anche solo per scoprire che in fondo in fondo la vera voce di De Niro è un po’ una delusione…ma questo teniamocelo per noi.
Mariella Sellitti
mariella.sellitti@libero.it
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