Da zero a dieci
di Luciano Ligabue
Da zero a dieci è uno di quei film che si possono definire “non riusciti”. Probabilmente la mancata riuscita dipende dalla mancanza di un’idea su cui costruire il film, a meno che l’idea non sia da considerarsi la banale (e già vista con risultati decisamente migliori) vacanza-rimpatriata di tre amici che dopo dieci anni ritornano nel luogo (la costa romagnola) di un’estate iniziata felicemente e conclusasi in tragedia. Un quarto amico avrebbe dovuto raggiungerli dieci anni prima, ma non l’ha mai fatto perché è morto alla stazione di Bologna. Banale l’idea, banali, già sentiti, pieni di luoghi comuni i dialoghi. Uno per tutti “brilla” per la sua ovvietà: l’amico gay (ce n’è sempre uno, ovviamente perfettamente integrato nel gruppo, perché fa politically correct), appena picchiato da un gruppo d’intolleranti, spiega ad un altro amico quanto sia duro essere omosessuali nella società attuale. Non è il tema che spaventa, ci mancherebbe, è come viene affrontato: in maniera semplicistica e scontata. Il film, in conclusione, non decolla mai, è piatto, ripetitivo e poco appassionante. Il finale, poi, è a dir poco irritante: è proprio necessario ricorrere ai telegiornali che all’epoca documentarono la strage di Bologna, nel tentativo di coinvolgere emotivamente il pubblico dal momento che il resto del film non è riuscito a farlo?
Mariella Sellitti
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