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Bright Star

di Jane Campion

L’ultimo film della regista neozelandese Jane Campion, premio oscar nel 1994 per “Lezioni di piano”, è dedicato allo sfortunato poeta inglese John Keats e alla sua tragica storia d’amore con Fanny Brawne, interpretata dalla brava e vibrante attrice australiana Abbie Cornish. A Fanny, Keats dedica il sonetto che dà il titolo alla pellicola (Brigth star ovvero Fulgida Stella). “Bright Star” è un film poetico su un uomo che fece della poesia la sua ragione di vita. Una vita breve – Keats morì a Roma a soli 25 anni – e nella quale il poeta non ottenne il giusto riconoscimento per la sua opera, del cui valore ci si accorse solo più tardi. Nel film della Campion la poesia la fa da padrona e non solo nella sceneggiatura, scritta dalla stessa regista, dove inevitabilmente e giustamente i versi di Keats trovano ampio spazio – peraltro senza risultare mai inopportuni o giustapposti – ma anche nella regia e nella fotografia. La macchina da presa si muove morbida, dolce quasi timida sui visi dei due giovani protagonisti colti dall’amore all’improvviso, felici e spaventati allo stesso tempo dalla forza di quel sentimento che entrambi sanno non li porterà alla felicità. Un amore impossibile in un’epoca in cui le donne non lavoravano (non potevano lavorare) e non avevano altra scelta che sposarsi e farsi mantenere dal marito che se, per sua sfortuna, non guadagnava non poteva perciò neppure permettersi il lusso di sposarsi, proprio come capita a Keats. E il tormento e l’impotenza di Keats, indebitato fino al collo perchè la sua poesia non ha successo, sono raccontati dal volto smunto, ma soprattutto dallo sguardo di Ben Wishaw, a suo agio nei panni non certo facili del poeta inglese. Al protagonista la regista non risparmia tutto il repertorio che, nell’immaginario collettivo, appartiene ad un artista tormentato dell’ottocento (povertà, fallimento, malattia), ciò nonostante non c’è retorica nella rappresentazione dell’angoscia esistenziale di Keats. Quello che colpisce anzi è una certa “modernità” nel modo di raccontare il suo amore per Fanny che rende i due protagonisti più vicini a noi di quanto ci aspetteremmo. L’amore, la sua intensità e la sua forza, è raccontato con una tale verità da renderlo attuale e far sì che lo spettatore partecipi alla storia, dapprima esitante poi sempre più coinvolto, nonostante la distanza temporale rispetto al periodo in cui è ambientata. La Campion fa respirare il film come un buon vino e perciò procede senza fretta. Indugia sulle mani di Fanny che cuciono con maestria vestiti e corpetti. Scruta il battito d’ali delle farfalle che affollano la stanza della protagonista trasformata in una serra. Si sofferma sulle dita sempre sporche d’inchiostro del poeta (piccoli dettagli che rendono più vero il racconto). E’ un mondo, quello dell’Inghilterra dei primi dell’800 (l’Inghilterra della Austen, per intenderci), dove tutto inevitabilmente va piano e segue il ritmo naturale delle stagioni. E proprio la Natura fa da eccellente co-protagonista accompagnando, con i suoi cambiamenti e le sue trasformazioni, l’evoluzione del racconto. Nel giardino della casa di campagna, dove è ambientato gran parte del film, le stagioni si succedono e cambia la scenografia naturale adattandosi perfettamente alla storia. I fiori della primavera raccontano il momento più alto dell’amore fra i due, la neve e il rigore dell’inverno la sofferenza della lontananza, quando Keats è costretto a trasferirsi in Italia a causa della malattia, e poi il dolore di lei per la morte dell’amato. I titoli di coda scorrono sui versi di Keats recitati dal protagonista e potenza della poesia gli spettatori rimangono seduti in sala fino all’ultima riga.

Mariella Sellitti


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