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Cosa voglio di più

di Silvio Soldini

Intenso e girato con maestria l’ultimo film di Soldini, ci presenta il conto del nostro vissuto, di un quotidiano che da tempo non ci veniva restituito in modo tanto fedele e amaro. Visto da qui, “Giorni e nuvole” che aveva avuto un certo apprezzamento, appare una “copia lavoro” di un artista che progressivamente tenta di mettere a fuoco il soggetto. Il bravo Albanese, che da manager si ritrovava a percorrere Genova in sella ad un motorino che assomigliava più ad un vecchio rottame, superato lo choc del drastico cambio di tenore di vita, metteva un punto a livello professionale e familiare e da lì ripartiva. Al suo fianco c’era una moglie ritrovata che, pur patendo, cercava con lui pazientemente la luce per uscire dal tunnel. Era il 2007. Di crisi si parlava e straparlava ed i personaggi del film di Soldini sembravano, nel film volutamente lento, fluttuare proprio come pesci nell’atmosfera surreale di una Genova cupa ed ombrosa. Oggi che qualcuno vorrebbe già intravedere i segni di una lenta ma costante ripresa economica, l’affresco di Soldini è più cupo che mai e, anziché stagnare in ritmi ed atmosfere, è mosso internamente dalla forza della disperazione, da un insieme di personaggi che, ognuno a suo modo, annaspa nella vita alla ricerca di un po’ d’aria fresca, come quando Anna (Rohrwacher) si affaccia al balconcino della casa dei suoi o Domnico (Favino) riprende fiato dopo una delle sue immersioni in vasca. In questa Italia distante anni luce dagli ambienti patinati dei film di Muccino che, a confronto, divengono i set di una telenovela, Soldini accompagna l’occhio dello spettatore in un viaggio silenzioso e discreto attraverso la vita delle persone. Soldini segue il passo, gli automatismi, i luoghi abituali, le piccole grandi gioie che aiutano a sopportare l’amaro del quotidiano, facendo quasi dimenticare la presenza della macchina da presa che, come in un reportage, indugia sui visi, sulle mani, sugli oggetti che fanno parte di storie come questa, storie che molti hanno vissute direttamente o non. Quanto alle dinamiche interne, forse i personaggi di Battiston e Saponangelo potevano essere meglio tracciati, anche per dare più spessore a quelle che rappresentano le due vie raccontate per affrontare un tradimento: l’ira per la donna, l’attesa cinese per l’uomo. Ma in realtà dare più respiro a loro avrebbe sbilanciato l’attenzione rispetto al nodo del film. Nel 1984 una coppia strepitosa, Meryl Streep e Robert De Niro erano due amanti che si conoscevano su un treno di pendolari diretto in città. Certo, qui siamo in Italia, nella periferia di Milano ma Alba Rohrwacher e Pierfrancesco Favino interpretano i loro ruoli con grande sensibilità ed essenzialità, raccontandoci come sia difficile e complesso scegliere cosa vogliamo di più quando tutto costa, i vaccini per i bambini, la scuola di danza, riparare gli elettrodomestici. Quando, conti alla mano, anche l’amore diventa un lusso che non ci si può più permettere.

Donata Carelli

donatacar@libero.it


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