I always wanted to be a gangster
di Samuel Benchetrit
Napoli Film Festival 2009
Una sorpresa davvero piacevole questo I always wanted to be a gangster, in concorso nella sezione Europa, Mediterraneo del Napoli Film Festival 2009 e vincitore del Premio Internazionale per la Sceneggiatura al Sundance Film Festival 2008.
Il film è composto di quattro storie che si sfiorano: quella di una rapinatore imbranato e inesperto e della sua vittima, una giovane cameriera, con la quale finirà col formare uno strampalato sodalizio “professionale”; quella di due improvvisati e improbabili rapitori che sequestrano, sperando vanamente che il padre paghi per riaverla con sé, una ragazzina annoiata e con bizzarre tendenze suicide; c’è poi l’incontro tra due rockstar rivali non più giovanissimi, uno dei quali, ormai in scarsa vena, alla fine ruba la borsa del collega contenente i suoi nuovi pezzi; e ancora l’episodio che vede come protagonisti cinque simpatici anziani, amici di lunga data, che decidono di tornare a far rapine come tanto tempo addietro. Il luogo che fa da collante tra queste storie è una ammuffita e sudicia caffetteria nei pressi di un’autostrada vicino Parigi.
Il francese Samuel Benchetrit - regista teatrale e cinematografico, attore, sceneggiatore e scrittore praticamente sconosciuto in Italia - al suo secondo lungometraggio dopo Janis et John del 2003, ha parlato a proposito del film di un “progetto intimista e a basso budget, come i film italiani degli anni Sessanta”. Tra i suoi riferimenti troviamo pellicole come i I soliti ignoti e Il sorpasso ma anche capolavori neorealistici come Umberto D. Risulta sinceramente abbastanza difficile individuare parentele strette con queste opere; ma è vero anche che non si può non riconoscere al regista la padronanza di uno stile e di una fantasia lodevoli e originali.
Il film gode, nonostante una non sempre raggiunta paritetica qualità di alcune sue parti (anche se, bisogna dirlo, è molto arduo trovare grossolane cadute o sconfinamenti nel triviale), di una sostanziale e solida coesione. È una parodia intelligente, divertita e divertente del genere gangsteristico. Se ci sono nomi di importanti registi a cui viene da pensare per alcune scelte formali e narrative sono quelli di due personalità molto diverse come Quentin Tarantino (perlomeno il primo Tarantino) e Jim Jarmousch. La presenza dell’autore di Pulp fiction è rintracciabile nella vivacità dei dialoghi e nell’assurdità di alcune situazioni, che in certi momenti toccano vette molto alte, in particolare nell’episodio dei cinque settantenni e in quello del rapinatore e la donna. Ci vengono però, e fortunatamente, risparmiate quelle morbosità e quegli eccessi gratuiti tipicamente tarantiniani che sanno essere alle volte molto irritanti, come ad esempio l’esibizione della violenza, violenza che in I always wanted to be a gangster addirittura manca, viene soltanto derisa, senza essere mai mostrata, proprio perché non ce n’è assolutamente bisogno.
C’è tanto anche di Jarmousch: i personaggi e le storie di Benchetrit, sono “antropologicamente” simili a quelli che l’autore americano inserisce in film come Daunbailò e Coffee and cigarettes; ma ciò che fa pensare al regista di Dead man è in particolar modo il ricorso a soluzioni formalmente molto raffinate (si veda in tal senso la fotografia curata da Pierre Aim che impiega un bianco e nero molto nitido, luminoso), ad atmosfere sospese e a tempi piuttosto dilatati.
Il film è inoltre intriso di un intelligente e sapiente gusto citazionista (bellissime, tra le tante cose, la costruzione di una scena in stile gag da cinema muto e di un’altra fatta di una successione di fotogrammi fissi) che mostra, senza sfoggiarla, la notevole cultura cinematografica del suo autore e un’attitudine un po’ Nouvelle Vague.
Ma I always wanted to be a gangster è innanzitutto l’opera di un regista originale, acuto, capace, al cui cinema auguriamo di avere la circolazione che veramente merita.
Leonardo Gregorio
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