Da zero a dieci
di Luciano Ligabue
Perché è così difficile nel cinema italiano raccontare la generazione dei nostri trentenni o dei nostri quasi quarantenni? Perché non siamo capaci o perché questi giovani, figli degli anni ottanta e novanta, non hanno niente da raccontare? Forse per entrambi i motivi. Ma c’è sicuramente una mancanza di volontà, da parte di chi si cimenta nella realizzazione di un film che parla di giovani, a sperimentare nuovi stili narrativi che si allontanino, almeno un po’, dagli stereotipi già abbondantemente rappresentati al cinema. Come nel film di Ligabue dove i quattro protagonisti, a distanza di vent’anni dalla loro recente adolescenza, cercano di riscattarsi da una vita non del tutto soddisfacente. Il ricordo o il rimpianto di una giovinezza passata, di quattro amici che stanno per essere catapultati verso una maturità incerta, è assolutamente lecito. Diverso è però far diventare un idea con buone possibilità di racconto in un’ interminabile e spesso noiosa sequenza di gags. Proviamo a seguire la trovata del film in cui i protagonisti assegnano i voti a quasi tutti i loro avvenimenti o alle loro emozioni o alle loro speranze. Il gioco è facile. Ci riferiamo soltanto a ciò che riguarda la scrittura del film. Stile narrativo: Zero, banale e scarso di idee. Scene: Uno, assistiamo ad una serie improvvisata di situazioni che rappresentano, solo in modo superficiale, l’idea principale del film. Personaggi e dialoghi: Quattro, i ruoli sono ordinari e di poco spessore, e le battute fanno frequentemente uso di facile umorismo, che non sempre ottiene buoni risultati. Idea: Sei, ma quasi per niente sfruttata. Alla fine: Dieci, per averci privato ancora una volta della possibilità di emozionarci davanti ad uno schermo cinematografico.
Alessandro Anselmi
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