Il nastro bianco
di Michael Haneke
Vincitore della Palma d’oro a Cannes, Il nastro bianco di Michael Haneke è una radiografia raggelante di un microcosmo immobile tutto dominato da logiche feudali. Siamo in Germania, negli anni che precedono la prima guerra mondiale, in un piccolo paese in cui quasi tutti gli abitanti sono costretti, per vivere, a lavorare le terre del barone. La voce fuori campo del maestro della scuola elementare ci introduce ad una storia fatta di violenze inspiegabili che vedono coinvolti anzitutto i bambini del villaggio. Dopo che il medico cade da cavallo a causa di un filo misteriosamente teso tra l’erba, muore una donna che lavorava nelle segherie del barone, quindi due bambini – il figlio dello stesso barone e il figlio ritardato della levatrice – vengono rapiti e torturati, e ancora, un granaio viene dato alle fiamme. Haneke si serve così della struttura del giallo per articolare un discorso complesso e sottile sull’aberrazione umana, sulla violenza e la vendetta, sull’oppressione sociale, e ancora su quella educazione di stampo ottocentesco sessuofobica e moralista. Anche la famiglia viene analizzata dal regista con spietata lucidità perché lungi dall’essere un rifugio e un riparo, non fa che ripetere le modalità oppressive e violente che dominano nella vita sociale.
Nel mondo chiuso e claustrofobico del villaggio tutto è rigidamente strutturato: il barone, il pastore e il medico incarnano in pratica tre diverse forme di autorità. Ma ogni uomo è anzitutto l’oppressore della propria moglie o amante, mentre ogni bambino, in quanto tale, sottostà all’autorità incondizionata dei genitori. L’assolutizzazione di questo sistema di gerarchie produce dei rapporti aberranti tra le persone in cui all’affetto si sostituisce la perversione – il medico che molesta la figlia – e all’amore il disprezzo – ancora il medico che si compiace nell’umiliare la levatrice con cui ha una relazione. Il pastore poi è un perfetto esempio di quella dimensione in cui una religiosità morbosa e deviata legittima un sistema educativo ai limiti del sadismo: è un uomo che frusta i suoi figli e li obbliga a umilianti rituali di purificazione (il nastro bianco che due di loro sono costretti a portare anche in pubblico e che dà il titolo al film è l’emblema di questa condizione).
Sulla vita dei contadini lo spettro della fame e della povertà getta un’ombra spaventosa che impedisce a priori ogni tentativo di ribellione: chi si oppone all’ingiustizia soccombe, poiché tutto appartiene al barone, non esistono neppure altri padroni cui sottomettersi, non esiste, sembrerebbe, alcun altrove al di fuori del villaggio.
Il mondo dell’infanzia è il filtro attraverso cui tragicamente passa, non senza conseguenze, tutto quanto c’è di negativo in questa dimensione corrotta in cui ogni cosa è fuorviata. E i personaggi che popolano questo universo sono, con poche eccezioni, mostruosamente freddi e crudeli se carnefici, privati di ogni possibilità di scelta se vittime - eccetto quella di diventare carnefici a loro volta. Non è un caso che il maestro, voce narrante del film, arrivi a sospettare proprio i bambini, i più vessati, gli innocenti per eccellenza, di tutti gli inspiegabili crimini accaduti. Gli occhi di quest’uomo venuto “da fuori” per insegnare ai bambini del villaggio, sono un po’ come i nostri occhi che guardano accadere la storia e più eventi accadono meno riusciamo a capire come stiano le cose, più cose veniamo a sapere e più tutto diventa misterioso e più labili i confini tra bene e male.
Questo mondo inumano e glaciale è fotografato dal regista con gli unici colori possibili: un bianco e nero trasparente che fa della limpidezza uno strumento per mettere meglio a fuoco ogni singolo dettaglio sotto una luce impietosa e accecante, che indaga costantemente i primi piani dei personaggi e avvolge i paesaggi immobili e silenziosi. Haneke possiede un rigore stilistico raro, così estremo da enfatizzare ed estremizzare gli aspetti più sconcertanti della realtà, già di per sé sconvolgente, che viene raccontata.
Arianna Pagliara
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