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Il matrimonio di Lorna

di Jean Pierre e Luc Dardenne

Forse meglio rappresentato dal titolo originale, “Le silence de Lorna”, l’ultima prova dei fratelli Jean Pierre e Luc Dardenne è un film che rappresenta il tentativo, peraltro riuscito, di tracciare una strada nuova rispetto alle produzioni precedenti. Pur rimanendo infatti fedeli ai canoni di un fare cinema che li ha imposti alla critica con film quali “Rosetta” nel 1999 e “ L’enfant” nel 2005 vincitori di due Palme d’Oro, i due registi belgi interpretano un singolare e squallido romanzo di formazione in chiave moderna attraverso la sciagurata esistenza di Lorna, una immigrata albanese a Liegi. Straordinaria la vis interpretativa della giovane attrice kosovara –e la sua provenienza già dovrebbe porre delle domande circa la ri-fondazione di un nuovo cinema politico e sociale- Arta Dobroshi la quale incarna perfettamente una di quelle donne dal viso qualunque, vestita con abiti rimediati, talvolta esagerati e comunque sempre mal combinati, che affollano le strade delle nostre città pur rimanendo invisibili. Lorna porta serrato nella sua coscienza un meccanismo ben rodato per ottenere la cittadinanza, aprire un bar e successivamente coronare un progetto di coppia con un fidanzato lontano. Poco importa che per ottenere tutto questo Lorna debba sposare Claudy, un tossico e poi provocarne la morte. È solo un tossico, ripetono più volte i“mediatori”dell’affare, un tossico destinato comunque alla morte. In un mondo tetro come le scale mal illuminate delle case popolari, ad ogni azione corrisponde una reazione. L’unico vero motore è il denaro, denaro sporco, insanguinato, denaro conservato in buste logore e mal ripiegate, che passano di mano in mano ma comunque denaro necessario per piantare il vessillo della propria esistenza. Ogni gesto umano appare svuotato del suo significato, sottratto com’è alla logica affettiva da quella ferrigna del “do ut des”. Eppure il virus dell’affettività si insinua a poco a poco in Lorna, assumendo le sembianze emaciate ed esangui di Claudy, il bravo Jérémie Renier, che decide inaspettatamente di smettere di farsi. Ecco che il finto matrimonio si tramuta inopinatamente in un vero menage, minando giorno dopo giorno l’apparente freddezza ed il distacco di Lorna. Memorabile a questo proposito la sequenza in cui Lorna si denuda per entrare in contatto per la prima volta, ed anche l’ultima, con “suo marito”. La morte improvvisa, peraltro già preventivata di Claudy il tossico, tremenda quanto veloce tanto da non lasciar traccia neppure negli occhi, non basta però a fermare un meccanismo di non-ritorno. Di nuovo torna l’opposizione vero-falso, come espressamente confermato in conferenza stampa dai Dardenne. Una vera morte verrà ripagata da una finta nuova vita, un escamotage davvero geniale che regala una inusuale via d’uscita da una società in cui ogni valore appare stravolto, rovesciato di segno. Il tutto raccontato con la ben nota asciuttezza registica, ma in inquadrature non più strette sul personaggio come per esempio accadeva in “Rosetta”, ma spesso ampie, affollate come quelle frequenti di Lorna che cammina a passo svelto sui marciapiedi di Liegi, pieni di persone tutte chiuse a chiave nella propria singola esistenza, in una città rumorosa dove ciò che più assorda è il silenzio di donne come Lorna.

Donata Carelli

donatacar@libero.it


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