L’ora di religione
di Marco Bellocchio
Cosa accadrebbe a ciascuno di noi, se ricevessimo inaspettatamente la notizia di un processo di canonizzazione a favore di nostra madre? Potrebbe capitare a chiunque. Per tutti: atei o religiosi, si tratterebbe comunque di una notizia eccezionale. E’ questo il pretesto, o meglio dire lo spunto, dal quale nasce il racconto del film di Marco Bellocchio. Non è un racconto intimista né un film pro o contro il cattolicesimo del nostro Paese. E’ un racconto denso, con un arco temporale breve e libero nella descrizione delle emozioni del protagonista che nel film sembra vivere una vita intera.
Ernesto, pittore di talento, lontano però dai benefici di chi all’arte unisce anche la fama, ateo e sufficientemente scettico, scopre nella sua vita una realtà impensabile, inopportuna per lui tanto da legittimare quel suo sorriso che sfotte il mondo, ma imprescindibile da lui. Una realtà, fatta di parenti approfittatori, di una moglie che sembra vittima del futuro incerto del figlio, di un figlio che come tutti i bambini cerca risposte più grandi di lui, di un fratello malato di mente che dopo avere ucciso la madre diventa la pedina indispensabile per l’affermazione della santità della stessa, e perfino di un improbabile duellante filomonarchico offeso nell’onore. Ernesto esce ed entra dalla sua nuova vita, proprio come nelle sequenze del film in cui egli ritorna e nuovamente abbandona il suo studio che è anche la sua abitazione. Proprio così egli affronta la vita lasciando sempre, come nel film, la porta aperta, cioè la possibilità di far circolare attraverso quella porta, tutte le incertezze e tutte le domande che non possono essere ignorate e che servono ad alimentare quella coerenza da lui tanto invocata. Non serve neanche più il sorriso che sfotte il mondo a renderlo più forte, ma è la passione che muove il motore delle emozioni a fare sentire Ernesto adeguato e consapevole della propria vita. Si vede e si sente che Bellocchio ha quello stile di chi il cinema lo ha vissuto e lo vive veramente.
Alessandro Anselmi
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