The Women
di Diane English
Vale davvero la pena salvare a tutti i costi un matrimonio ultradecennale quando tuo marito ti tradisce con una qualunque addetta al reparto profumeria (con tutto il rispetto per la categoria) solo perché ha curve da pin-up e ignora le tue innumerevoli qualità, che vanno dal preparare una cena per sessanta persone a disegnare vestiti da applausi? L’amletico interrogativo, vecchio quanto lo è l’istituzione matrimoniale nonché il tradimento che ne è una sua diretta conseguenza, è lo spunto che dà l’avvio alla commedia “The women” che vede il ritorno sul grande schermo di Meg Ryan, La pellicola è un omaggio dichiarato a “Donne”, capolavoro della commedia brillante americana diretto dal grande Gorge Cukor che, nel lontano 1939, riunì le migliori attrici sulla piazza e realizzò un film che ancora oggi ha un meccanismo cinematograficamente perfetto come quello di un orologio svizzero. Rosalind Russel e Paulette Godard, Joan Crawford e Norma Shearer davano la voce e il volto a personaggi memorabili e per l’epoca incredibilmente moderni. Un cast di straordinario talento tutto al femminile al servizio di una sceneggiatura ironica e pungente, praticamente da manuale. Il remake diretto da Diane English, inutile negarlo, risente del confronto col capolavoro di Cukor da cui pure ha attinto a piene mani, soprattutto nel tratteggiare e valorizzare i personaggi minori (uno per tutti, la governante) che restano tra le cose meglio riuscite del film. La sceneggiatura, briosa e ben scritta, soprattutto nella prima parte della pellicola, si perde poi in una serie di situazioni rumorose e modaiole che ricordano più “Sex and the city”, che non le commedie dell’epoca d’oro di Hollywood a cui dichiara d’ispirarsi. La sensazione è che, nel tentativo di modernizzare una storia che potesse apparire superata, si sia involontariamente scivolati in un racconto che, al contrario, avrebbe fatto inorridire le femministe che applaudirono il film del ‘39. E le nuove protagoniste risultano paradossalmente meno moderne di quelle portate in scena da Cukor. Meg Ryan, l’ex fidanzatina d’America che ha ricorso a qualche lifting di troppo perdendo quella simpatica aria acqua e sapone che le aveva fatto meritare il titolo, ripete praticamente se stessa. Debra Missing (nota in Italia per la sit-com “Will&Grace”) è terribilmente buonista nell’interpretare il personaggio sopra le righe della mamma di quattro bambine che rimane incinta una quinta volta pur di avere il figlio maschio. L’unica veramente in sintonia con il tono del film è infatti Annette Bening, che soprattutto nella prima parte del film, fa sfoggio senza timore di un po’ di sana cattiveria ovvero quel piglio graffiante e sarcastico che certo sarebbe piaciuto al vecchio Cukor. Il risultato è un film piacevole ma senza troppe pretese con almeno tre scene che valgono la visione: la manicure da Saks con un’estetista meravigliosamente pettegola come dovrebbero essere tutte le estetiste; l’incontro-scontro tra moglie e amante (una sensualissima Eva Mendez) nei camerini di un negozio di biancheria intima e Meg Ryan che fa visita alla madre (Candice Bergen) ricoverata in una clinica di lusso per essersi sottoposta ad un lifting per apparire “più riposata”. Il pubblico femminile esce dal cinema allegro e leggero, grato per due ore di spensierata evasione ma con due pensieri amarognoli che frullano nella testa. Il primo: perché passa sempre il messaggio che anche nel 2008 le donne devono per forza scegliere tra il successo nel lavoro e quello nella vita privata? Il secondo: perché donne belle e intelligenti continuano a dannarsi l’anima per uomini che non le apprezzano e che preferiscono le oche giulive? Ad entrambi i quesiti, spiace dirlo, nessuna donna per quanto colta ed emancipata riesce a dare una comprensibile risposta.
Mariella Sellitti
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