Parlami d'amore
di Silvio Muccino
Per il suo esordio alla regia Silvio Muccino decide di realizzare un film ambizioso distanziandosi il più possibile dal gusto e le tematiche dei lavori del più famoso fratello maggiore. Muccino si ritaglia nella sua opera prima il triplice ruolo di regista, attore e sceneggiatore, dividendo quest’ultimo con Carla Evangelista con la quale aveva già scritto il romanzo “Parlami d’amore” da cui in parte il film è tratto. Se, però, il Muccino regista è attento, scrupoloso e mostra nella scelta delle inquadrature impegno e gusto, anche se ogni tanto eccede in qualche virtuosismo che tradiscono la sua immaturità dietro la macchina da presa, il Muccino sceneggiatore fatica a trovare una strada. I personaggi appaiono distanti dalla realtà, immersi in una sorta di limbo per cui finiscono con l’interagire esclusivamente tra loro, ma soprattutto sembrano, spesso, solo abbozzati così che, nel tentativo di non dire troppo di loro, si finisce col dire a volte troppo poco. La trama che racconta di un venticinquenne difficile, cresciuto in una comunità di recupero, che prende lezioni d’amore da una quarantenne (Aitana Sànchez-Gijòn) per conquistare una viziata figlia di papà, non è particolarmente originale e non basta l’infarcire la pellicola di temi sociali per darle spessore. Quello che, infatti, stona è l’eccesso di problematiche messe sul tappeto: tossicodipendenza, dipendenza dal gioco d’azzardo, difficoltà d’amare dovuta alla mancanza di figure di riferimento nell’infanzia, senso di colpa per il suicidio di un paziente (la Sànchez è un’ex analista) e persino il tema della pedofilia, quest’ultimo per altro utilizzato con troppa superficialità e sinceramente non necessario al racconto. Si esce dal cinema disorientati da tanta “abbondanza” e con l’idea che, forse, Silvio Muccino avrebbe dovuto volare un po’ più basso per ottenere di più.
Mariella Sellitti
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