Radio America
di Robert Altman
Radio America è decisamente un film di Altman alla Altman, ovvero un film corale dove un nutrito gruppo di attori molto noti, noti e meno noti si muove con sapiente disinvoltura davanti alla macchina da presa che l’ottantunenne regista muove, con la solita maestria, in un susseguirsi di morbidi carrelli che avvolgono il tutto di un alone poetico. Il ritratto di un mondo quasi scomparso, quello della radio, in un affresco a tratti malinconico, ma mai triste, dove la musica country la fa da padrona, lasciando intravedere quasi un musical incompiuto. L’ultima sera di uno show radiofonico che va avanti da decenni. Gioie, dolori, piccoli drammi. Niente è urlato. Tutto volutamente sottotono. Meryl Streep (brava anche a cantare. Noblesse oblige), Kevin Kline, Lili Tomlin recitano con l’ammirevole naturalezza propria di chi sa recitare sul serio e quindi sembra che non lo stia facendo. Virginia Madsen, altera e bellissima in un impermeabile bianco che ricorda le dive del noir anni ’40, è un angelo (la Morte?) che entra in scena in punta di piedi, gettando scompiglio senza far rumore. Non ci sono grandi colpi di scena nell’ultimo film di Altman che, se ha un difetto, è proprio quello di essere lineare tanto da apparire a tratti ripetitivo. Si intuisce, però, che Altman si deve essere divertito molto a girarlo (un ritorno al passato, ai tempi gloriosi di “Nashville”) senza pensare troppo al box office e alla critica. Alla sua veneranda età e con un curriculum da standing ovation gli si può senz’altro concedere di distrarsi un po’.
Mariella Sellitti
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