Match Point
di Woody Allen
Col suo ultimo film il regista newyorkese per eccellenza abbandona le inquietudini della grande mela, si trasferisce sul lato giusto del Tamigi e si riconcilia col botteghino. Ben scritto, ben diretto e ben recitato (spicca Scarlett Johansson in un ruolo da fragile femme fatale che tanto sarebbe piaciuto alla Lana Turner dei tempi d’oro), Match point è un prodotto impeccabile e raffinato che, però, un po’ delude gli amanti di Allen. Alla sua trentacinquesima (!) regia Allen gira, infatti, un film non alla Woody Allen e racconta una storia classica nella trama (c’è il Dostojevsky di “Delitto e castigo” ma anche il Maupassant di “Bel Amì”) ma non nel finale. Nell’ultimo quarto d’ora l’autore, ritrovata la sua fedele ironia, affida al caso (o Fortuna) le sorti del protagonista (un bravo ma non indimenticabile Jonathan Rhys-Meyer in un ruolo da arrampicatore sociale bello e dannato che sembra pensato per Jude Law). E la Fortuna sorprende spettatori e attori rovesciando quello che, altrimenti, sarebbe apparso un finale scontato e già visto: i cattivi non vengono puniti, proprio come spesso accade nella vita vera. Si esce dalla sala pensando insieme ad Allen che nella vita la Fortuna conta più del talento. Talento che certo non manca a Woody Allen come dimostra ancora una volta con Match point, anche se da lui avremmo voluto – forse - un film meno perfetto ma con più anima.
Mariella Sellitti
|