Old Boy
di Chan-wook Park
« Old Boy» ardita mistura di violenza e malinconica poesia
Si prepari, chi decida di passare la serata con l’ultima creazione del coreano Chan-wook Park, ad una visione tirata, ipnotica e densa di una violenza crudele. Solitamente qualcuno abbandona la sala alla fine del primo tempo.
Eppure, l’efferatezza fumettistica, -«Old boy» nasce infatti da un manga-visionaria e votiva del regista che ha stregato Quentin Tarantino tanto da strappare il premio della Critica a Cannes e la confessione dal Presidente di Giuria “…avrei voluto girarlo io”, cela e disvela a piccole dosi un disegno che ha le proporzioni miniate dell’arte orientale.
Per ogni dente estratto tra fiumi di sangue, c’è l’indulgere sull’incarnato delicato della donna amata, sui suoi occhi velati di romantica abnegazione, sul melodico segnale, cantato a fil di voce tra le lacrime, per confessare all’amato il momento giusto per fare l’amore.
Se i colori della solitudine sono quelli del marrone scuro, dei disegni optical, della terra e del fango, delle formiche che fanno compagnia nell’isolamento urbano a chi si sente irrimediabilmente solo, il rosso, il bianco ed il verde scaldano quelle scene che il regista riserva alla malinconica poesia degli affetti.
Cos’è l’amore per Chan-wook Park? Una trama fitta come quella di un tessuto. O anche un susseguirsi di scatole all’interno delle quali c’è una sorpresa, bella o brutta che sia, ma che porterà allo step successivo. Ecco perchè «Old Boy» , dietro il suo apparente manifesto inneggiante ad una violenza cieca, è per assurdo un inno alla libertà e all’amore. E ripeto per assurdo.
Libertà dalle proprie angosce, visto che ciò che più colpisce lo spettatore è la carcerazione emotiva da cui il personaggio è oppresso proprio dopo la sua presunta liberazione.
Amore, visto che l’argano che muove tutto ha ascendenze antiche, addirittura classiche, riecheggiando un eroe di edipica memoria. Ed anche il tono è volutamente epico, in quel parlare per massime che rendono tristemente attuale una saggezza antica. Ridi e il mondo riderà con te. Piangi e piangerai da solo.
Un granello di sabbia e la roccia affondano nel mare allo stesso modo. La vera saggezza è sapere di non sapere.
Ottimo il cast che regala una recitazione senza distrazioni. Ma forse ciò che più incide il film nella memoria è la musica, quelle note di Vivaldi che mirabilmente si sposano con le fluide inquadrature del regista che segue i contrappunti scivolando veloce sulle strisce metalliche delle saracinesche dei negozi. Mentre in televisione si parla della Corea per i suoi esperimenti scientifici all’avanguardia, un regista coreano raggiunge e supera quel Tarantino considerato l’innovatore del linguaggi cinematografici. Resta una domanda insoluta: è possibile che il terreno del confronto sia ancora quello di una violenza efferata e gratuita? Sarebbe ora che anche il nostro cinema iniziasse una bella rincorsa.
Donata Carelli
donatacar@libero.it
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