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Eros

di Michelangelo Antonioni, Steven Soderbergh, Wong Kar Wai

Cosa resta dell’Eros?
E’ dunque uscito in tutte le sale l’attesissimo “Eros”, saggio registico di due grandi come Steven Soderbergh e Wong Kar Wai in omaggio a Michelangelo Antonioni ed al suo contributo sul tema, prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci. “Eros” infatti è il titolo della silloge che raccoglie le tre opere “La mano” di Wong Kar Way, “Equilibrium” di Soderbergh e “Il filo pericoloso delle cose” di Antonioni. Diciamo subito che la visione sin dal principio è felicemente conciliata dai bellissimi ed evocativi disegni animati di Lorenzo Mattotti che scandiscono l’ideale divisione in atti, accompagnati dalla serica voce di un inconfondibile Caetano Veloso, col brano intitolato per l’appunto “Michelangelo Antonioni”. Peccato però che l’incanto in cui lo spettatore scivola già dalle prime note, si spezzi all’istante. Colpa proprio del primo cortometraggio, “Il filo pericoloso delle cose”, quello del maestro Antonioni. Sin dalle prime immagini -peraltro sempre curate, nitide, nel paesaggio sospeso tra mare e lago costiero dell’Oasi di Burano- la recitazione forzata, a tratti imbarazzante del cast – certamente non facilitata dal testo di Tonino Guerra- tenta di trascinare lo spettatore in una improbabile riflessione sul tentativo di una coppia di rinnovare l’ amore, tentativo che miseramente naufraga con l’apparizione di una seducente ed inquieta “amazzone”. L’episodio a quanto pare è stato anche alleggerito di alcune sequenze, a giudizio della critica, troppo pruriginose, come quella della masturbazione nella torre saracena. Eppure sono forse proprio le scene in cui le due attrici, Regina Nemni e Luisa Ranieri, danzano nude sulla spiaggia come fossero naiadi, finalmente silenti, a lasciare nello spettatore un vago ricordo di questo primo cortometraggio. Ben altro discorso merita invece “Equilibrium” di Steven Soderberg. Il tema però, più che raccontare l’eros, sembra essere un’ironica rappresentazione della vanità se non addirittura della inutilità di tanta terapia analitica, oggi così in voga da aver causato più dipendenze che uno stupefacente. Egregie le interpretazioni di entrambi gli attori, il paziente, Robert Downey Jr. ed il suo analista, Alan Arkin che, approfittando di trovarsi alle spalle del lettino, lancia aerei di carta e appuntamenti all’amata della finestra di fronte. Un bianco e nero impeccabile ed elegante, interrotto solo da visioni oniriche dai colori virati, dove l’amore sembra solo fare da sfondo tanto da indurre il dubbio che questo “divertissement” di Soderbergh sia stato solo “prestato” alla silloge e non per essa nato. Dulcis in fundo, è il caso di dirlo, -talmente dulcis da far nascere il sospetto che l’ordine dei tre cortometraggi sia stato fortunosamente invertito all’ultimo momento per lasciare negli spettatori il gran finale- “La mano” di Wong Kar Way è un vero capolavoro di regia. Dopo le prove di un europeo e di un americano, l’orientale incanta il pubblico con la storia di un sarto, che subisce la malia di una magnetica e raffinata prostituta nella Shanghay degli anni ’60. Atmosfere raffinate, incanto vero di parole ed emozioni, trasmesse con sguardi, mani che solo si sfiorano ed accarezzano stoffe preziose. Magistrale l’interpretazione della coppia Gong Li e Chang Chen, incisivi nei dialoghi quanto nei silenzi. Insomma, vale la pena di vedere questa trilogia se non altro per questo contributo di Wong Kar Way che, vale la pena di ricordarlo, è in questi giorni nelle sale con il suo “2046”.

Donata Carelli

donatacar@libero.it


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