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Lavorare con lentezza

di Guido Chiesa

Lavorare con lentezza è il titolo della canzone che i due protagonisti (Tommaso Ramenghi e Marco Luisi vincitori, meritatamente, del premio Mastroianni a Venezia) ascoltano (licenza poetica) nelle fogne della Bologna anni ’70 mentre scavano un tunnel non proprio legale per arrivare ad una banca. Ed è proprio la storia di Squalo e Pelo, giovani di periferia (Safagna, sud di Bologna), e i piccoli e grandi drammi degli abitanti del loro quartiere che maggiormente catturano l’attenzione dello spettatore. La particolare cura nei costumi e nelle scenografie, la bella scelta musicale, la fotografia volutamente non patinata, hanno la capacità di riportare immediatamente indietro le lancette dell’orologio. Ci ritroviamo così in quell’universo un po’ scolorito che sono gli anni ’70 come ce li ricordiamo attraverso le foto di famiglia di quegli anni. La sceneggiatura, però, troppo presto (purtroppo) abbandona Safagna ed il suo baretto, dove si gioca a briscola, per entrare nelle stanze della famosa Radio Alice, dove si muovono invece un eterogeneo gruppo di giovani contestatori figli di papà tutti militanza politica e amore libero, come nella migliore tradizione del genere. Ed il film a questo punto assume il sapore del già visto. Sensazione che si accentua man mano che il film prosegue, fino a quegli scontri di piazza sui quali il regista si sofferma (forse) un po’ troppo a lungo e senza raccontare nulla di particolarmente nuovo. La sceneggiatura (scritta dal regista e dal collettivo Wu ming) ha il pregio di incastrare bene il plot principale con le diverse sottostorie, ma ha il difetto di non cogliere diverse buone occasioni offerte dalla storia per rifugiarsi a tratti nello scontato. Perché trascurare la vicenda personale ed umana del tenente Lippolis, interpretato da Valerio Mastandrea, a vantaggio del triangolo amoroso (francamente banale) di cui è protagonista la Pandolfi? Lavorare con lentezza è ben girato, ben interpretato, anche ben scritto in molti dialoghi, ma non ci sorprende abbastanza come avremmo voluto.

Mariella Sellitti


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