Buongiorno notte
di Marco Bellocchio
L’ultimo film di Bellocchio riaccende le polemiche sul caso Moro
Il caso Moro è uno di quegli episodi che gli anni non riescono a sfumare.
A distanza di un quarto di secolo basta un film per riaccendere le polemiche sul
caso dello statista democristiano rapito ed ucciso dalle brigate rosse nel 1978.
Erano anni che un film non scatenava un simile dibattito. In effetti le premesse
che ciò sarebbe potuto accadere c’erano tutte: un regista notoriamente
di sinistra ed un episodio della storia italiana tra i più tragici e controversi.
Il film di Bellocchio nasce come film sul quale discutere. Ed in questo senso
supera le aspettative.
La visione del caso Moro data da Bellocchio è, sotto certi aspetti, diversa
da quella che molti si sarebbero aspettati da lui. Chi conosce il cinema di Bellocchio
e ha vissuto quegli anni si è sentito tradito da Buongiorno notte.
Tradito perché Buongiorno notte è un film a tutti gli effetti.
Non un film dossier o un film verità.
Chi va al cinema sperando finalmente di sapere cosa in realtà accadde in
quei giorni rimarrà perciò deluso. Qui non c’è nessuna
rivelazione. C’è solo una storia ben raccontata con un ritmo intenso,
anche se qualche volta (soprattutto nella seconda parte) un po’ lento.
Al centro l’analisi di due psicologie: quella di un gruppo di rapitori ventenni
e di un sequestrato che ha più del doppio dei loro anni. Un gruppo di ventenni
arso dal sacro fuoco di un’idea come lo si può essere solo a quell’età.
Un rapito che non ha più il disincanto della gioventù e vuole tornare
a casa soprattutto per veder crescere suo nipote.
Qualcuno sottolinea che il tutto è un po’ troppo semplicistico perché
i rapitori non sono ventenni qualsiasi ma brigatisti ed il rapito è uno
dei leader del partito più potente dell’Italia del dopoguerra.
L’accusa di semplificazione sarebbe sostenibile se Buongiorno notte
fosse concepito come un film politico, invece non lo è. E’ soprattutto
un film psicologico.
Quasi due ore chiusi con Moro e gli altri nell’appartamento di via Gradoli.
Quell’appartamento che qui perde i contorni di prigione politica per apparire
niente di più che un semplice trivani dell’allora periferia della
capitale.
L’atmosfera claustrofobica contribuisce in maniera determinante a dare spessore
all’angoscia che sale col passare dei minuti.
Lo sguardo sempre più smarrito della protagonista (la brava Maya Sansa)
man mano che passano i giorni e si fa strada quello che sarà l’epilogo
della vicenda è lo sguardo dello spettatore che già sa come andrà
finire e nonostante ciò (potenza del mezzo cinematografico) spera possa
concludersi diversamente.
Ed il film, a sorpresa, si conclude in maniera diversa, con un sogno. Il sogno
della giovane brigatista che vede Moro aggirarsi per casa, infilarsi il cappotto
ed uscire a passeggio in un’alba deserta che sa di pioggia.
Un finale poetico. Un finale da film.
Al di là delle polemiche, infatti, Buongiorno notte è solo
un film. Un gran bel film. Il che non è poco.
Mariella Sellitti
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