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Cose di questo mondo

di Michael Winterbottom

“Cose di questo mondo”, il film documentario di Michael Winterbottom, è una sorta di epopea, una sciagurata e desolante Odissea dei giorni nostri. Protagonisti sono un giovane pakistano, Jamal e suo cugino Enayatullah, che abbandonata l’unica eredità certa, quella degli affetti, intraprendono un lungo viaggio attraverso quella che un tempo era la “via della seta” Iran, Turchia, Italia, Francia fino alla meta: Londra. Il desiderio di poter aspirare ad un futuro diverso da quello di chi è nato e cresciuto nel campo profughi di Shamshatoo, porterà i due adolescenti dritti nell’inferno della clandestinità, stipati su carretti carichi di cassette di frutta, chiusi in un container per più di quaranta ore fino allo sfinimento e, per qualcuno, fino alla morte per asfissia. Eppure i toni di questa tragedia, divenuta oramai tanto quotidiana da non fare più notizia, si stemperano in momenti di autentica commozione come quando Jamal carica il suo sacco in spalla volgendo ostinatamente le spalle al richiamo dei suoi compagni di giochi; o quando si assiste ad una primitiva e profonda solidarietà tra i due giovani clandestini ed una poverissima famiglia che si autotassa per donare loro un nuovo paio di scarpe. La regia di Winterbottom prosciuga la storia di qualsiasi traccia di enfasi, fotografando il dolore senza mai indugiarvi. Spesso infatti sono proprio le inquadrature spezzate, sospese e volutamente sfocate per la volontà di lasciar immaginare più che far vedere, a suscitare partecipazione emotiva. L’occhio del regista è spietato nel documentare sfruttamento e miseria, poetico invece nel tracciare l’istinto di solidarietà umana, il mutuo soccorso, la pratica antica del gioco e la capacità liberatoria del saper sorridere o tirar calci al pallone. L’uso sapiente della fotografia dona immagini che sembrano frutto di un ricordo diretto, algide ed azzurre durante la fuga di notte dall’altipiano iranico o virate di rosso come nel suk di Teheran. Di grande impatto il commento musicale, orientale nell’ispirazione, europeo nella formazione, mai soverchiante, sempre discreto fino a sparire per lasciare, sui titoli di coda, la voce sommessa di chi ancora sente di dover ringraziare il proprio dio.

Donata Carelli

donatacar@libero.it


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