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Julia e Julia
di Nora Ephron
L’estate è spesso l’occasione per rivedere film che ci si è persi durante l’anno troppo presi ad inseguire i titoli di maggiore appeal, trascurando altri che, nonostante il cast di pezzi da novanta dietro e davanti la macchina da presa, non hanno conquistato molti titoli sui giornali. Uscito nell’ottobre del 2009 nelle sale americane e da noi subito dopo Natale, “Julia e Jiulia” è, infatti, il film che ha fatto ottenere l’ennesima candidatura all’Oscar come migliore attrice protagonista a Meryl Streep. Una candidatura che non si è trasformata in premio per l’attrice che si è, perciò, dovuta accontentare del Satellite Award (premio assegnato dai giornalisti della International Press Academy) e del Golden Globe per il ruolo di Julia Child, la donna che negli anni ’60 insegnò a cucinare alle casalinghe americane della middle class. Meryl Streep, come sempre, si cala nel ruolo anima e corpo ma questa volta il miracolo non le riesce completamente. La Streep, in verità, giogioneggia un po’ troppo e a tratti risulta quasi irritante, colpa forse del doppiaggio italiano che le attribuisce una fastidiosa risata. Il risultato è che il personaggio di Julia Child risulta un po’ troppo sopra le righe e non molto simpatico, tanto che in più occasioni è il bravissimo Stanley Tucci, nel ruolo di Paul Child marito della protagonista, a rubare la scena all’attrice più famosa di Hollywood. Stanley Tucci, già in coppia con la Streep nel campione d’incassi “Il diavolo veste Prada”, conquista il pubblico per il suo aplomb e la sua recitazione ironica e volutamente sotto tono. Di fronte a due grandi come la Streep e Tucci, quasi spariscono i pur bravi Amy Adams e Chris Messina, gli altri due protagonisti della pellicola, ovvero la Julia scrittrice mancata costretta a lavorare in un call center che, ai nostri giorni, decide di aprire un blog in cui racconta il suo tentativo di sperimentare in un anno tutte le ricette contenute nel libro della Child. Il film, infatti, ha una narrazione che si sviluppa su due differenti piani spaziali e temporali: da una parte la fascinosa Parigi degli anni ’50 dove domina la coppia di mezz’età formata da una casalinga che frequenta il corso di cucina Cordon Beu Julia Child e suo marito funzionario d’ambasciata (ex spia?), dall’altra la New York del dopo 11 settembre che vede protagonisti, per l’appunto, l’impacciata cuoca-blogger e il suo paziente compagno (la figura più sbiadita dei quattro a cui nè la regia nè la sceneggiatura prestano particolare attenzione). Il film è l’ottava regia per Nora Ephron che ritorna dietro la macchina da presa a quattro anni di distanza dal grande flop di “Vita da strega” con un altro premio Oscar, Nicole Kidman. La Ephron, specializzata in commedie rosa, sembra però aver perso parte dello smalto e del brio che l’avevano portata al successo a metà degli anni ’90. In quello che è stato il suo momento d’oro, la Ephron ha infatti diretto “Insonnia d’amore” (un cult del genere) con la coppia Hanks-Ryan, ma soprattutto ha scritto “Harry ti presento Sally”, una delle commedie più intelligenti e ben riuscite degli ultimi decenni. La sceneggiatura di “Harry ti presento Sally” è infatti un piccolo capolavoro da tenere ad esempio quando ci si accinge a scrivere una commedia sentimentale. Ed è proprio pensando a “Harry ti presento sally” che ci si aspettava decisamente qualcosa di più dalla penna di Nora Ephron che costruisce con “Julia e Julia” una commedia garbata ma senza particolari guizzi, troppo lunga (123 minuti) per non risultare un po’ noiosa. In attesa che la Ephron ritrovi l’ispirazione, si consiglia di riservare la visione di “Julia e Jiulia” ad una sera d’inverno per sfuggire ai palinsesti tv dominati dai reality.
Mariella Sellitti
mariella.sellitti@libero.it
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5 Appuntamenti per farla innamorare
di Nia Vardalos
Squadra vincente non si cambia devono aver pensato i produttori oltreoceano e con “5 appuntamenti per farla innamorare” hanno provato a fare di nuovo il colpaccio riuscito 8 anni fa quando “Il mio grasso grosso matrimonio greco” sbancò letteralmente il botteghino. Quel film consacrò star Nia Vardalos che passò in breve tempo dai teatrini dell’off-broadway al tappeto rosso di hollywood e ottenne addirittura la nomination all’oscar per la migliore sceneggiatura originale. In verità la Vardalos aveva già tentato senza riuscirci di rinverdire il successo del 2002 con “Le mie grosse grasse vacanze greche”, dove si stentava a riconoscere la briosa ed intelligente attrice che aveva attirato l’attenzione di Tom Hanks e della moglie produttrice Rita Wilson suoi mecenati. Questa volta la Vardalos ritrova il suo partner storico (John Corbett noto al pubblico televisivo per aver recitato in “Sex & The city”) e si cimenta additrittura come regista, ma il risultato putroppo non è all’altezza degli sforzi. Il film, debole e piuttosto noioso, riesce a strappare solo qualche sorriso. La Vardalos, dimagrita in maniera eccessiva, ha perso in simpatia e non è giusta per un ruolo che sarebbe stato certo più adatto ad un’attrice di qualche anno più giovane e con corde recitative diverse (una Meg Ryan dei tempi d’oro e prima del botulino per intenderci). L’idea del film già piuttosto debole (in una relazione non si devono superare i 5 appuntamenti ognuno con una modalità precisa), non è supportata da una sceneggiatura che, in questo caso, sarebbe dovuta essere doppiamente scoppiettante e divertente. Al contrario, la sceneggiatura, scritta dalla stessa Vardalos che pare abbia perso il suo senso dello humor, è priva di originalità e manca di mordente così che il film non decolla mai. I dialoghi, a parte qualche battuta, sono banali e poco incisivi. Il film è un trionfo di luoghi comuni e i personaggi non hanno spessore e sono poco più che stereotipi a partire dai due commessi gay del negozio di fiori della protagonista. Anche il padre che ha abbandonato l’eroina è una figura sfocata a cui lo script affida poche battute destinate ad essere presto dimenticate. L’inevitabile happy end mette il sigillo ad una commedia setimentale destinata a non lasciare traccia nella mente dello spettatore che si ritrova a rimpiangere cult del genere, come “Insonnia d’amore” e “C’è posta per te”. E forse non è una coincidenza che la protagonista in entrambi i film citati fosse Meg Ryan. La Vardalos si metta l’animo in pace: non diventerà mai la nuova fidanzatina d’America.
Mariella Sellitti
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Bright Star
di Jane Campion
L’ultimo film della regista neozelandese Jane Campion, premio oscar nel 1994 per “Lezioni di piano”, è dedicato allo sfortunato poeta inglese John Keats e alla sua tragica storia d’amore con Fanny Brawne, interpretata dalla brava e vibrante attrice australiana Abbie Cornish. A Fanny, Keats dedica il sonetto che dà il titolo alla pellicola (Brigth star ovvero Fulgida Stella). “Bright Star” è un film poetico su un uomo che fece della poesia la sua ragione di vita. Una vita breve – Keats morì a Roma a soli 25 anni – e nella quale il poeta non ottenne il giusto riconoscimento per la sua opera, del cui valore ci si accorse solo più tardi. Nel film della Campion la poesia la fa da padrona e non solo nella sceneggiatura, scritta dalla stessa regista, dove inevitabilmente e giustamente i versi di Keats trovano ampio spazio – peraltro senza risultare mai inopportuni o giustapposti – ma anche nella regia e nella fotografia. La macchina da presa si muove morbida, dolce quasi timida sui visi dei due giovani protagonisti colti dall’amore all’improvviso, felici e spaventati allo stesso tempo dalla forza di quel sentimento che entrambi sanno non li porterà alla felicità. Un amore impossibile in un’epoca in cui le donne non lavoravano (non potevano lavorare) e non avevano altra scelta che sposarsi e farsi mantenere dal marito che se, per sua sfortuna, non guadagnava non poteva perciò neppure permettersi il lusso di sposarsi, proprio come capita a Keats. E il tormento e l’impotenza di Keats, indebitato fino al collo perchè la sua poesia non ha successo, sono raccontati dal volto smunto, ma soprattutto dallo sguardo di Ben Wishaw, a suo agio nei panni non certo facili del poeta inglese. Al protagonista la regista non risparmia tutto il repertorio che, nell’immaginario collettivo, appartiene ad un artista tormentato dell’ottocento (povertà, fallimento, malattia), ciò nonostante non c’è retorica nella rappresentazione dell’angoscia esistenziale di Keats. Quello che colpisce anzi è una certa “modernità” nel modo di raccontare il suo amore per Fanny che rende i due protagonisti più vicini a noi di quanto ci aspetteremmo. L’amore, la sua intensità e la sua forza, è raccontato con una tale verità da renderlo attuale e far sì che lo spettatore partecipi alla storia, dapprima esitante poi sempre più coinvolto, nonostante la distanza temporale rispetto al periodo in cui è ambientata. La Campion fa respirare il film come un buon vino e perciò procede senza fretta. Indugia sulle mani di Fanny che cuciono con maestria vestiti e corpetti. Scruta il battito d’ali delle farfalle che affollano la stanza della protagonista trasformata in una serra. Si sofferma sulle dita sempre sporche d’inchiostro del poeta (piccoli dettagli che rendono più vero il racconto). E’ un mondo, quello dell’Inghilterra dei primi dell’800 (l’Inghilterra della Austen, per intenderci), dove tutto inevitabilmente va piano e segue il ritmo naturale delle stagioni. E proprio la Natura fa da eccellente co-protagonista accompagnando, con i suoi cambiamenti e le sue trasformazioni, l’evoluzione del racconto. Nel giardino della casa di campagna, dove è ambientato gran parte del film, le stagioni si succedono e cambia la scenografia naturale adattandosi perfettamente alla storia. I fiori della primavera raccontano il momento più alto dell’amore fra i due, la neve e il rigore dell’inverno la sofferenza della lontananza, quando Keats è costretto a trasferirsi in Italia a causa della malattia, e poi il dolore di lei per la morte dell’amato. I titoli di coda scorrono sui versi di Keats recitati dal protagonista e potenza della poesia gli spettatori rimangono seduti in sala fino all’ultima riga.
Mariella Sellitti
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