|
|
 |
Benvenuti al Sud
di Luca Minieri
Ministro Bossi, permette un invito al cinema con me?
Le assicuro che si tratta di un invito gentile ed al disopra di ogni sospetto, dato che con Lei vorrei invitare la Sua signora e i Suoi figli.
Vorrei proporLe una serata leggera e rilassante davanti al grande schermo che, in questi giorni, attira un numero inconsueto di spettatori accorsi, grazie al tam tam, per vedere “Benvenuti al Sud”, il film di Luca Minieri.
I numeri del box-office, ha detto oggi forse incautamente un commentatore credendo di fare un complimento, sono da cine-panettone. E menomale, visto che “Benvenuti al Sud” fortunatamente è qualcosa in più di un cine-panettone.
E’ un fresco, divertente e ben fatto ritorno alla commedia italiana, quando i registi riuscivano a far ridere, sorridere e talvolta commuovere. Giacchè vede, Ministro, Alessandro Siani all’inizio ed alla fine della pellicola ripete una frase che in molti, avuta la fortuna di aver lavorato al Sud, hanno condiviso: chi scende a lavorare e vivere nel Meridione, piange due volte, quando arriva e quando riparte.
Alberto (Claudio Bisio) ambisce da una vita a diventare direttore di banca in una filiale al centro di Milano. Per compiacere Silvia, (Angela Finocchiaro) la moglie eternamente insoddisfatta ed un po’ paranoica che sogna un appartamento in Piazza Duomo, Alberto le tenta tutte, anche facendo il passo più lungo della gamba, tanto che incapperà in una dura sanzione: trasferimento d’ufficio a Castellabate, Salerno. Una specie di verdetto per la coppia milanese d.o.c. che vede nella trasferta in Campania una sorta di discesa agli inferi da affrontare con tanto di giubbotto anti-proiettili e vaccini per malattie tropicali. Inutile dire che la permanenza, superata l’iniziale diffidenza da ambo le parti, si risolve in un indimenticabile periodo di “formazione”, come l’avrebbero definito gli intellettuali romantici, al termine del quale nessuno è più come prima. La trama è molto easy e pertanto accattivante verso un pubblico dalla forchetta anagrafica molto ampia. Erano anni che non vedevo ridere di gusto insieme nonni, genitori e figli. Per giunta davanti a scene né volgari né tantomeno pecorecce, come spesso accade nel periodo natalizio. L’accoppiata Bisio-Siani dispensa gag forse probabili ma comunque efficaci nel ridicolizzare abitudini e luoghi comuni diffusi tanto al Nord quanto al Sud.
Sgombrati i ridicoli pregiudizi, che pur ancora oggi resistono se qualcuno ogni tanto li annaffia, il direttore di banca milanese imparerà a lavorare con i suoi nuovi colleghi, che non solo hanno piacere a lavorare ma sono anche animati da una generosità la cui matrice si perde nella storia del Sud e quindi nella notte dei tempi. Due qualità tipicamente “terrone”, l’operosità e la generosità, me lo si lasci ricordare, che sono state cifra determinante a quel miracoloso sviluppo industriale del Nord di cui oggi molti vanno giustamente fieri, pur avendone dimenticato i contorni.
Insomma, se “Benvenuti al Sud” ha sbaragliato al botteghino la concorrenza del colosso “Inception” di C. Nolan, una ragione ci sarà! Forse è da ricercare nell’analisi semplice e soddisfatta del regista, Luca Minieri che, commentando un successo così strabiliante, ha detto alla radio “Quello che colpisce è questo successo senza confini. La gente in sala ride di gusto, ride per i luoghi comuni ma sostanzialmente ride insieme, da Nord a Sud”. Ma vogliamo vedere che, se ci mettiamo un po’ di buona volontà, non solo riusciamo a capirci, ma pure a farci quattro risate insieme?
Dunque, Ministro, La aspetto con la Sua famiglia per una serata spensierata. Ah, dimenticavo: ovviamente offro io. Sa come siamo noi del Sud, certe abitudini siamo duri a perderle!
Donata Carelli
donatacar@libero.it
|
Inception
di Christopher Nolan
Non bisogna lasciarsi intimorire dal primo quarto d’ora in cui molti avranno pensato sconsolati di aver sbagliato la propria scelta. Lo spettatore è infatti accolto da una sequela infinita di spari, inseguimenti rocamboleschi, scintille, scoppi e le grida di una folla inferocita. Il tutto in un caos inestricabile ed incomprensibile.
Poi all’improvviso Christopher Nolan, regista poliedrico e geniale, gira la manopola, il tempo rallenta e finalmente consegna le chiavi per la comprensione del film. Da quel momento si è come trascinati in un film che è difficile descrivere come genere. Thriller? Detection? Psicologico? Film d’azione alla James Bond? Melodramma? “Inception” ovvero “L’innesto” è ognuno di questi senza esclusione e Leonardo di Caprio è l’indispensabile Virgilio che conduce lo spettatore in una selva davvero oscura.
Ormai all’apice delle sue qualità interpretative, anche con questo personaggio Di Caprio riesce a dosare con consumata maestria la freddezza ed il calcolo di un “ladro di sogni” apparentemente senza scrupoli con un’ipersensibilità ed una cupa malinconia esistenziale tipica di un antieroe post romantico lacerato dai sensi di colpa, proprio com’era accaduto nell’indimenticabile “The departed” di Martin Scorsese.
Non si può accennare alla trama senza privare lo spettatore del sottile gusto di sprofondarvi lentamente, come in un sogno da cui sembra complicato uscire. Basti dire che chi ha amato l’ambizioso “Memento”, capirà come “Inception” rappresenti la sublimazione dei temi che pervadono l’intricato ed intrigante immaginario di Nolan. Nell’atmosfera resa preziosa dalla sofisticata fotografia di Wally Pfister e dagli stupefacenti effetti speciali che delizieranno gli appassionati di architettura e fughe prospettiche, si muove un cast stellare ed in perfetta sintonia dove brilla il fascino consolidato di Michael Caine, la brava Ellen Page -che molti riconosceranno sbarazzina interprete di “Juno”- ed un assai intrigante Tom Hardy nei panni del falsario d’eccezione. Intensa, anche se presente in pochi fotogrammi, Marion Cotillard, indimenticabile interprete del film su Edith Piaf, la cui apparizione non a caso è introdotta in un alone di malinconico ricordo sulle note affioranti da una dimensione lontana di “No, je ne regrette rien”.
Sarebbero troppe le citazioni esplicite o implicite, i rimandi alla precedente filmografia che si dovrebbero elencare. Più consigliabile sedersi in poltrona e lasciarsi sprofondare progressivamente nelle molteplici dimensioni che l’estro di Christopher Nolan ripetutamente crea e poi sgretola, con un meccanismo consolidato e così ammaliante che fino all’ultimo fotogramma il nostro occhio non può distogliersi da quella piccola trottola il cui roteare è il discrimine salvifico tra sogno e realtà. Ruoterà o si fermerà?
Donata Carelli
donatacar@libero.it
|
Mangia, prega, ama
di Ryan Murphy
Che un bestseller diventi presto un film è una legge non scritta ma sempre rispettata ad Hollywood soprattutto negli ultimi anni. Se poi il bestseller in questione è stato tradotto in mezzo mondo e ha venduto ben 5 milioni di copie, ecco che viene scritturata una star di prima grandezza per interpretarne la protagonista. Nel caso di “Mangia, prega, ama”, il libro che per ben 155 settimane è stato nell’elenco del New York Times, si è infatti scomodata addirittura Julia Roberts per portare sul grande schermo Elizabeth Gilbert l’eroina nonchè autrice del caso letterario dell’anno appena trascorso. Chi scrive non ha letto il libro, ma ha visto il film con chi il libro l’ha letto, apprezzato molto e decretato – come spesso accade in questi casi – che è decisamente meglio del film. Un film troppo lungo per una trama tutto sommato esile e per certi aspetti banali. Una donna in crisi (Julia Roberts) dopo la fine del suo matrimonio e nel bel mezzo di un’altra disastrosa relazione con un attore belloccio e molto più giovane (James Franco) decide di intraprendere un lungo viaggio alla ricerca di se stessa: dall’Italia a Bali, passando per l’India. Ogni tappa del viaggio le insegnerà qualcosa, nello specifico imparerà a mangiare in Italia, pregare in India e amare a Bali. Che la trama non brilli di originalità lo si intuisce già da questa breve sinossi, ma non è solo la mancanza di novità nella sceneggiatura a colpire, quanto quel condensato di luoghi comuni che infarcisce gran parte della pellicola che finisce con l’essere “come gli americani immaginano che sia l’Italia, India o Bali”. Non c’è verità nel film di Murphy ma una sequela di stereotipi. Senza parlare dell’India o di Bali, per mancanza di competenza, basta soffermarsi a riflettere sulle scene girate a Roma per sostanziare quanto appena detto: immagini da cartolina (la luce di Roma non ha eguali e qui si nota) fanno da sfondo a personaggi vocianti che spesso parlano dialetto e che sembrano brutte copie dei protagonisti del neorealismo tanto amato oltreoceano. Anche Luca Argentero, che in altri film ha dato buona prove delle sue capacità, qui si limita ad essere solo l’italiano belloccio e simpatico che rifà il verso a Mastroianni. La sceneggiatura, infatti, gli concede tanti sorrisi ma neppure una battuta degna di nota. Il giovane Argentero non può, però, lamentarsi perchè nel film di Myer sfigura persino un attore del calibro di Javier Bardem, qui ridotto ad interpretare un uomo virile all’apparenza ma tanto sensibile nella sostanza, così sensibile che pare sul punto di piangere ogni due minuti e in un paio di scene, in effetti, lo fa. Il meritato premio Oscar sfiora quasi il ridicolo per un eccesso di emotività che poco si lega con il suo viso usato dalla vita e che non serve a dare spessore ad un personaggio che ne è privo già in sceneggiatura. Dei co-protagonisti maschili di Julia Roberts, che non fa nè più nè meno che il suo dovere senza nessun trasporto anzi dosando col misurino il suo celebre sorriso che ha perso di spontaneità, si salva solo Richard Jenkins che divide la scena con l’eroina nella parte ambientata in India. Forse se il montaggio fosse stato più spietato il film avrebbe avuto un altro ritmo o meglio avrebbe almeno recuperato in parte quel ritmo che manca nella scrittura. Certo non aiuta la riuscita del film la lunga premessa newyorkese (passa più di mezz’ora prima che la Roberts si metta in viaggio). Il film “parte” in ritardo e non recupera lungo la strada, collezionando scene lunghe e spesso poco funzionali alla narrazione. Il regista pare più attento ai paesaggi che alla storia e il film ne risente. “Mangia, prega, ama” anche con una sceneggiatura più accorta e un maggiore impegno nella recitazione, con molta probabilità, non sarebbe comunque stato un capolavoro, ma avrebbe potuto essere una buona commedia per la domenica pomeriggio. Un’occasione mancata.
Mariella Sellitti
mariella.sellitti@libero.it
|
archivio film
|
|