| SAGGIO: LA LINGUA DELLE DONNE
di Simona Messina
PUBBLICHIAMO QUESTO SAGGIO FRUTTO DI UNA RICERCA CHE ANALIZZA IL
LINGUAGGIO DEI PERSONAGGI FEMMINILI NELLA FICTION TELEVISIVA SEGNALONDOLO
A SCENEGGIATORI, REGISTI E PRODUTTORI DI TELENOVELAS, SOAP OPERA
E SERIALI IN GENERE
Che carino!
“La lingua delle donne”
nella fiction tra stereotipo e realtà
Introduzione
Esiste davvero ancor oggi “una lingua delle donne”?
E se esiste, quanto la televisione contribuisce a conservarla e
a formarla? A queste domande cercheremo di rispondere.
Secondo Berruto (1993) si può dire “che “la lingua
delle donne” sia fondamentalmente una “costruzione sociale”
(Berretta 1983): presso i parlanti comuni esistono infatti, con
una certa diffusione stereotipi che attribuiscono ai diversi sessi
comportamenti ed usi linguistici tipici”. Questa conclusione
è il risultato di un seminario di Linguistica, tenutosi presso
l’Università di Bergamo, coordinato dallo stesso Berruto
e da Monica Berretta (1978-79). La ricerca si basa sostanzialmente
su due tipi d’interviste: “un questionario a risposta
chiusa, con domande esplicite circa l’opinione del parlante
sulle differenze fra comportamento verbale maschile e femminile”
e “una prova di identificazione di testi maschili e femminili”.
Il risultato dell’analisi ci dice che l’80%
degli intervistati riconosce una differenza fra uomini e donne nel
modo di parlare e le principali differenze sono:
· uomini discorso pianificato, lessico volgare e tecnico
- tono asciutto
· donne discorso meno ordinato, lessico corretto e ricco
- tono cortese.
Le differenze coinvolgono diversi piani linguistici, primo fra tutti
quello sintattico. Secondo lo studio di Attili- Benigni (1979),
il discorso femminile è caratterizzato da un’organizzazione
sintattica che fa uso soprattutto di paratassi ed ipotassi anaforica,
con un frequente ricorso a frasi incomplete o spezzate ed al discorso
diretto. La causa di queste caratteristiche va vista, secondo le
autrici, in un difetto di pianificazione dovuto allo stato di subalternità
in cui la donna ha vissuto per molti secoli. Se così fosse,
oggi che molte cose sono cambiate (almeno si spera), il discorso
tipicamente femminile dovrebbe essersi trasformato in uno stereotipo,
meno frequente nella realtà di quanto non lo sia nella finzione,
laddove la comunicazione richiede una maggiore caratterizzazione
per rendere più facile la fruizione del messaggio.
Riguardo al lessico, studi recenti hanno provato che le donne sono
molto più preoccupate degli uomini ad usare un “parlare”
socialmente accettabile e la maggior parte di loro ritengono che
la durezza del linguaggio non si concilia con la femminilità,
quasi come se l’educazione e quindi anche i modi cortesi,
debbano essere prerogative esclusive dell’universo femminile.
Tuttavia anche questa caratteristica si avvia a diventare uno stereotipo;
nelle giovani generazioni, infatti, la correttezza lessicale del
discorso femminile dipende oggi non tanto da sollecitazioni sociali,
bensì dal fatto che le donne studiano di più e si
avviano ad avere una cultura più raffinata di quella degli
uomini.
Quanto detto, non vuole negare l’esistenza di alcune differenze
tra “il parlare” degli uomini e quello delle donne,
ma è stato necessario puntualizzare che queste differenze
vanno man mano attenuandosi nella lingua reale, mentre restano nella
lingua parlata costruita sotto forma di stereotipi facilmente individuabili
e che si prestano ad essere imitati, per cui ciò che non
faceva più parte del “parlare reale” ritorna
a farne parte in quanto imitazione di un linguaggio mass-mediatico.
Il pubblico femminile
La serialità televisiva, soprattutto quella indirizzata ad
un pubblico femminile, è considerata da molti un prodotto
di ‘serie b’, paragonabile alla letteratura “rosa”
o ai fotoromanzi. Questa posizione nasce spesso da preconcetti che
impediscono una serena valutazione di un tipo di comunicazione che
ha raggiunto negli ultimi anni una vastissima audience. Il prodotto
televisivo nasce per essere “consumato”, quindi è
necessario considerare innanzi tutto a quale fetta di mercato esso
è indirizzato.
Secondo la ricercatrice australiana Ian Ang, l’audience è
considerata “un’entità data per scontata, formata
da un insieme di persone sconosciute, ma non per questo non conoscibili”
(Ang, 1991, p 33). Ang, citando Hartley, descrive sinteticamente
la situazione, scrivendo che le istituzioni televisive “non
sono solo obbligate a parlare di audience, ma, questione
per loro cruciale, anche a parlare a un’audience: non hanno
solo bisogno di rappresentare un’audience, ma di entrarvi
in relazione” (Ang, op. cit., p 34, corsivi nell’originale).
Per instaurare questo contatto diventa necessario conoscere l’audience
quantitativamente ed anche qualitativamente, per questa ragione
fu costituita la società Auditel che si avvale, nelle sue
rilevazioni, di categorie costruite su precisi e dettagliati stili
di vita elaborati dall’istituto di ricerca Eurisko; oggi questi
stili di vita suddividono il pubblico televisivo maschile e femminile
in 16 categorie. La rappresentazione del pubblico femminile è
affidata alle seguenti categorie: colleghe, commesse, raffinate,
massaie, appartate, come si può vedere dalla tabella n°
1.
Tabella 1 - Gli stili di vita femminili secondo l’Eurisko
| COLLEGHE |
Donne
in età giovanile, di istruzione elevata e buon reddito,
che vogliono realizzarsi contemporaneamente in una professione
e nella famiglia. Sono insegnati, impiegate e dirigenti, sposate
con un figlio, sempre in lotta con il tempo, cariche di responsabilità.
Avvertono le sperequazioni e il peso del doppio ruolo, ma
non vi rinunciano. Vogliono crescere nell’autonomia, nella
cultura, nella cura della femminilità. |
| COMMESSE |
Giovani
donne di istruzione non elevata e reddito modesto. Operaie
e lavoratrici autonome che svolgono attività poco qualificate,
fonte di guadagno. Ripongono altrove gli interessi e le aspirazioni:
bellezza, abiti di moda, l’amore, i divertimenti, il ballo,
le vacanze al mare. Limitati gli impegni nello sport, le curiosità
culturali, la coscienza politica. Sono lettrici di romanzi
rosa, settimanali e mensili. |
| RAFFINATE |
Donne
mature, casalinghe, di istruzione e reddito molto elevati,
che vivono in una bella casa con il marito e i figli già cresciuti.
Attente a se stesse come al mondo, leggono molto e si interessano
di politica e questioni sociali; hanno una vita brillante,
vogliono conoscere e viaggiare. Si tengono in forma, curano
l’estetica, controllano l’alimentazione. Nei consumi si attengono
a criteri qualitativi. |
| MASSAIE |
Casalinghe
di media età, istruzione e reddito medio bassi, che si
realizzano esclusivamente nel ruolo di massaie dedite interamente
alla famiglia e alla casa. Non hanno altri interessi, né altre
relazioni. Evadono con la televisione, i fotoromanzi, le collane
rosa, i settimanali femminili. Gestiscono il non cospicuo
bilancio familiare sacrificando se stesse al marito e ai figli.
Sono cuoche esperte. |
| APPARTATE 1 “modeste” |
Nel
grande insieme delle donne socialmente marginali e
di status inferiore esiste un sottogruppo di donne più giovani,
di istruzione elementare o media, disoccupate e casalinghe
inserite in un nucleo familiare non disagiato ma modesto.
Dipendono dagli altri e devono limitare ogni aspirazione.
Non sono però insensibili a valori, interessi e consumi proposti
dalla modernizzazione di massa. |
| APPARTATE 2 “povere” |
Un
secondo sottogruppo del grande insieme delle Appartate è costituito
da donne di età medio alta, in grande maggioranza casalinghe
appartenenti a un nucleo familiare consistente e gravato di
molti problemi. Appaiono rassegnate ad un tenore di vita povero,
a consumi contenuti. Evadono dalle ristrettezze solo con i
telefilm e le telenovelas. Non hanno vita sociale, credono
nei valori tradizionali. |
| APPARTATE 3 “sole” |
Il
terzo sottogruppo delle Appartate è dato dalle donne che
vivono sole, in età avanzata, pensionate. Hanno
un reddito minimo garantito, che consente una relativa tranquillità.
Le esigenze di una persona sola sono per altro assai modeste,
anche nell’alimentazione, e i consumi molto contenuti. Attenzione
e cura per la salute. Molte ore alla televisione. Lunghe vacanze,
presso parenti o amiche. |
La società Auditel è stata fondata nel 1984;
nel suo monitoraggio suddivide il pubblico per : numero di famiglie,
responsabili di acquisto, bambini, età dei bambini, uomini,
donne, area geografica (nord, centro, sud Italia), età degli
adulti, regione di appartenenza, stile di vita.
Ogni categoria, come si evince dalla tabella, può essere
suddivisa in sottocategorie capaci di riprodurre le differenze diastratiche,
diafasiche e diatopiche. Appare evidente, quindi, che il successo
di un prodotto, che si presenta formalmente semplice, dipende dall’impegno
dei suoi creatori che devono essere capaci di riprodurre un mondo
riconoscibile nei fatti, nelle immagini e nella lingua, presentando
modelli verosimili che permettano di instaurare quel contatto tra
emittente e pubblico che è condizione essenziale per la vita
stessa delle società di broadcasting.
La verosimiglianza implica un rapporto con il vero basato allo stesso
tempo sulla similitudine e sulla differenza, ciò vuol dire
che necessariamente nella riproduzione della realtà vi debbano
essere mancanze o esagerazioni, per cui è presumibile che
la lingua televisiva delle donne presenti queste caratteristiche:
essa per raggiungere il suo scopo deve imitare quello che si presume
che sia il parlato parlato femminile.
La lingua, insieme all’immagine, è uno strumento indispensabile
per la caratterizzazione dei personaggi, ogni figura femminile,
perciò, per essere riconosciuta in un “tipo”,
deve differenziarsi dalle altre anche attraverso una particolare
scelta linguistica che può riguardare la pianificazione
del discorso, il lessico e gli idioms, fermo restando una
base comune che rappresenta lo stereotipo femminile.
Partendo da queste premesse, per analizzare i modelli femminili
descritti dalla televisione, abbiamo scelto un corpus composto da
differenti generi di programmi che propongono alcuni tipi di parlato
spontaneo o costruito. Sono state ascoltate all’incirca 35
ore di trasmissione tratte da : il talk show (Harem), la
real tv (Il grande fratello, SMS amiche per caso), una
super soap che va in prima serata (Incantesimo), una soap
tradizionale (Ricominciare) e alcuni esempi di serialità
(Commesse, Il bello delle donne, Un medico in famiglia).
Si è poi scelto di concentrare le osservazioni linguistiche
su alcuni tipi convenzionali che corrispondono ad alcune categorie
e sottocategorie dell’Eurisko e che riportiamo nella tabella
2.
Tabella 2 - Tipi convenzionali femminili
| Personaggi |
PROFILI |
| “la
mamma ” |
Marta
(Commesse):
moglie e madre attenta e premurosa ;
il suo matrimonio è stabile e sereno, anche se a volte è minacciato
dalle difficoltà economiche.
Anna (Il bello delle donne):
madre ansiosa
di figli adolescenti, non ha lavorato fino alla morte del
marito, dopo la quale ha dovuto risolvere molti problemi economici.
*Francesca (Il bello delle donne):
giovane madre
dal passato burrascoso: il padre del suo bambino è morto per
overdose. |
| “la nonna” |
Enrica (Un medico in famiglia):
snob, invadente,
inopportuna, razzista, conformista ma nonostante tutto è simpatica
e sa essere generosa. Adora e vizia i suoi nipoti a patto
che mangino i suoi sformati. |
| “la tata” |
Cettina (Un medico in famiglia):
collaboratrice
domestica che dice di essere una ragazza alla pari. È materna
e protettiva, nonostante i suoi modi un po’ bruschi è senza
dubbio “l’angelo del focolare”. |
| “l’ amante buona” |
Roberta (Commesse):
vive in una bella
casa la sua vita da single. Bella, intelligente, ha successo
nel lavoro ma non altrettanto in amore. |
| “l’amante cattiva” |
Annalisa (Il bello delle donne):
ferita dalle sue
esperienze di vita, è crudele e perfida. Aggressiva e ambiziosa,
è eccessivamente violenta anche nel suo modo di parlare. |
| “la donna manager” |
Francesca (Commesse):
è troppo impegnata
nel suo lavoro per occuparsi della sua vita familiare, in
cui si sente a volte a disagio. Fredda e cortese, per affermare
la sua personalità deve essere più “virile” di un uomo. |
| “la zitella” |
Fiorenza (Commesse):
fa parte di una
famiglia della media borghesia, per l'età che ha dovrebbe
sentirsi single, come tutte le altre donne, ma invece per
l'educazione che ha ricevuto si sente "zitella". |
| “la single” |
Paola (Commesse):
ragazza moderna,
studentessa universitaria che vive da sola accettando mille
lavori pur di dimostrare di potercela fare. Non vuole legami
sentimentali. |
| “la romantica” |
Alice (Un medico in famiglia):
bella, disponibile,
dolce e romantica. Giornalista, economicamente indipendente
ma abbandonerebbe il suo lavoro per un amore importante.
|
La pianificazione del discorso
Nell’organizzazione sintattica del discorso femminile, così
come suggeriscono anche Attili-Benigni (1979), è stata notata
una maggiore presenza di legami paratattici rispetto
a quelli ipotattici, di frasi ellittiche, di ripensamenti,
di discorso diretto e strutture brachilogiche ed
olofrastiche; questi fenomeni nella lingua seriale si accentuano
poiché gli spazi vuoti sono riempiti dalle immagini.
La presenza di queste caratteristiche potrebbe far pensare ad un
linguaggio poco logico e coeso, ma in realtà questa illogicità
è solo apparente, poiché le donne sono più
attente alle esigenze sociali e questo potrebbe spiegare il motivo
per cui nella loro produzione linguistica cercano di usare strutture
semplici, lasciando aperta la strada a cambiamenti di progetto,
se l’interlocutore lo richiede. L’uso del discorso diretto
permette di presentare i fatti così come sono accaduti, dando
all’interlocutore il contesto necessario per capire come interpretarli.
Il seguente frammento può fornire una efficace sintesi di
quanto abbiamo detto:
Roberta: Anni di bugie. “Lascio
mia moglie, non posso vivere senza di te” poi dopo cambia
lavoro e torna da lei, e chi s’è visto s’è
visto. La settimana scorsa è venuto a casa mia, m’ha
dato il benservito. Ah me lo metti là dentro per piacere?
E adesso, un’altra bella novità stamattina. M’ha
detto “sai quel lavoro che dovevi fare tu, quello che t’avevano
promesso, béh lo danno a un’altra!”. Questo se
lo tiene. “Scusaci tanto, ma a Milano hanno deciso di darlo
a un’altra. Abbi pazienza”. Guarda, non è neanche
per il lavoro, che peraltro mi spettava di diritto, è proprio,
è proprio che lui è un uomo senza palle, un vigliacco.
Lo sai perché non mi ha difesa? Perché potevano scoprirlo,
quindi tanti cari saluti, e chi se ne frega.
Qui viene proposto più volte il discorso diretto, ci sono
molti esempi di frasi coordinate, frasi incomplete e precisazioni;
questi elementi, che sono tipici del linguaggio parlato, evidenziano
una struttura sintattica tesa a riportare più particolari
possibili, anche se il discorso rischia di disperdersi in una visione
troppo ampia e poco incisiva della realtà che si vuole comunicare.
Nel mondo del lavoro prevale il modello maschile che presenta invece
legami ipotattici più che paratattici; esso vuole essere
principalmente informativo e per questo è stringato ed essenziale,
con periodi complessi in cui le proposizioni sono annidate l’una
dentro l’altra. Lo stereotipo che risponde a questo schema
sintattico è la lingua parlata da Francesca nel suo ruolo
di dirigente d’azienda, come dimostra l’esempio:
Francesca: Questo significa per voi molto impegno,
quindi vi chiederò di fare degli straordinari non solo nei
giorni di lavoro, ma anche la domenica. So che voi capite la situazione,
e questo è importante non solo per ridare prestigio alla
boutique, ma anche e soprattutto per salvare il nostro lavoro. Bene,
ora vediamo insieme quello che si deve fare.
In questa struttura sintattica non c’è spazio per le
frasi tronche né incomplete; sembra che il parlato di Francesca
sia stato impresso su una fotografia, poiché non permette
nessun tipo di cambiamento, è irrigidito in una forma molto
corretta, sintatticamente ineccepibile e non ammette nessuna variante
in corso d’opera. Il discorso di Francesca, per riprendere
la terminologia di Lakoff, risponde alla “logica del potere”,
che una volta era facilmente identificabile con il linguaggio maschile,
ma che oggi, con l’uniformarsi delle professioni, può
considerarsi neutro, perché è adatto ad ogni individuo,
maschio o femmina che sia, nell’esercizio della sua funzione
professionale che lo pone gerarchicamente al di sopra degli altri
dipendenti dell’azienda.
Nel momento in cui Francesca parla della sua vita privata, del suo
ruolo di moglie e di madre, il linguaggio diventa più frammentario,
lasciando spazio anche al discorso diretto:
Francesca: Per molto tempo non ho saputo che
Michele si drogava, non l’ho capito, non subito. Avevo avuto
qualche sospetto perché tutti quei soldi, io credevo, non
n’.. so nemmeno io cosa credevo, è proprio vero che
i figli non si conoscono mai abbastanza… perché si
finisce per perdere di mira le cose importanti, si pensa al lavoro,
alle questioni sentimentali, e gli affetti veri, quelli, li si danno
un po’ per scontati, poi quando scopri che i problemi sono
gravi e vanno affrontati, non c’è più tempo.
Mi scusi … mi scusi non le ho nemmeno chiesto perché
lei è qui.
Francesca: Giovanni, io so già che tra
qualche istante tu mi dirai “con lei è andata male,
perché non torniamo insieme, facciamo finta di niente”.
Il personaggio della donna manager è particolarmente indicativo
poiché si serve di codici diversi che userà a seconda
del ruolo che la situazione le impone, scegliendo ora la costruzione
sintattica tipicamente femminile e ora quella maschile, tipica del
mondo delle professioni, rispecchiando quelle che sono le attese
del pubblico.
Il lessico
Mentre la pianificazione del discorso è la base comune della
“lingua delle donne”, le scelte lessicali servono a
delineare i diversi stereotipi che rendono i modelli immediatamente
riconoscibili e gli eventi prevedibili.
Oltre alle scelte lessicali la costruzione della lingua si serve
di una ricca e particolare aggettivazione, della suffissazione degli
aggettivi e dei sostantivi, della reiterazione doppia o multipla
di sintagmi nominali o verbali (epizeusi ed epanalessi) e dei vocativi.
Lo stereotipo della “mamma” è senza dubbio il
più diffuso, il discorso materno infatti può essere
usato indifferentemente da tutti i modelli femminili, anche da coloro
che madri non sono. Le premure materne non sono rivolte esclusivamente
ai propri figli ma a tutti quelli che gravitano intorno alla figura
femminile; il “linguaggio infantile” spesso è
dominante e serve ad attribuire una certa positività al personaggio,
infatti laddove non c’è traccia di questa tendenza,
vuol dire che il personaggio è assolutamente criticabile
per le sue scelte di vita contrarie ad una femminilità di
maniera.
La lingua materna si serve di una aggettivazione qualificativa molto
vasta, dal tono prevalentemente affettuoso come: tenero, bello,
stupendo, dolce, gentile, fragile, piccolo, buono, meraviglioso,
povero, speciale, straordinario, stupendo, importante, incredibile
etc., ma il tratto più indicativo è senza dubbio l’uso
dei suffissi alterativi, diminutivi, vezzeggiativi e più
raramente accrescitivi:
Cettina: E mò che siamo rimasti soli
chi si mangerà la minestrina e il pescettino in bianco e
le zucchine lesse dei malatini?
Marta: Dammi un bacetto. Ecco qua, la minestrina
è pronta, grazie a papà..
Fiorenza: Un’ aggiustatina ai capelli,
me la dai?
*Francesca: Te ne stai un mesetto fuori.
Marta: Mio marito mica è uno scansafatiche
poverino…è che ci siamo messi in testa di comprarci
una villetta al mare…un sogno sa con la spiaggetta privata…
L’aggettivo carino, che è un diminutivo lessicalizzato,
è uno dei tratti linguistici più citati come tipicamente
femminili e non è esclusivo dello stereotipo materno perché
fa parte di una lingua comune a tutti i personaggi. E’ usato
con un valore semantico molto ampio: come esclamazione (Che carino!),
con il significato di simpatico (Anna “Alfio è molto
carino”), in senso proprio (Marta “Ieri ho fatto una
passeggiata e ho trovato, sai in un negozio un vasetto d’argento
molto carino”). Più raro, con una sfumatura semantica
diversa da carino, è il vezzeggiativo di ‘caro’
caruccio dove vi è una voluta esagerazione di tono che implica
una certa ironia:
Roberta: Magari il prossimo direttore è
pure uno caruccio.
Marta: Poi sai che ti prometto? Che stasera
quando torno, dormiamo tutti e due insieme nel lettone, uhm? Sei
contento?
Annalisa: Hai cresciuto un bamboccione narciso
e un po’ viziato .
Il tono affettuoso e tranquillizzante del linguaggio materno viene
reso anche con la reiterazione doppia (epanalessi) o multipla (epizeusi)
di sintagmi aggettivali, nominali, verbali etc.:
Cettina: Guarda guarda le patatine mò
mò le avevo fatte calde calde per il pranzo…
Marta: ...e poi da quassù videro le
macchinine piccole piccole piccole piccole, e le casine piccole
piccole piccole.
Marta: … Che capolavoro che ha fatto
papà eh è buono è buono è buono è
buono.
Le reiterazioni, presenti soprattutto, ma non esclusivamente, nel
linguaggio infantile, forniscono al discorso femminile una grande
carica enfatica e si offrono come un efficace fattore di intensificazione
espressiva. Il linguaggio materno è un grande veicolo di
emozioni: tranquillizza, conforta, affabula, incanta e qualche volta
rimprovera, ma non tradisce mai le aspettative dei bambini e degli
adulti che hanno bisogno di “cure”.
Un altro tratto che appartiene alla “lingua delle mamme”
è il vocativo affettivo, spesso con funzione fatica.
Il vocativo affettivo è espresso attraverso parole come amore,
amore mio, tesoro, tesoro mio, piccolino etc., e attraverso i nomi
propri, talvolta alterati. Tra i personaggi citati si distinguono
“la nonna” Enrica, per alcuni vocativi dal sapore volutamente
esagerato: ciao amorino, povera creatura, amore della nonna, e “la
tata” Cettina, per l’uso del vocativo inverso (a Cettina)
che nelle aree centro-meridionali è tipico del discorso familiare:
“Ciccetto, mangia la zuppa a Cettina”.
I vocativi non richiedono una risposta, confinano con le esclamazioni
e permettono di instaurare un legame con gli interlocutori; questo
li rende un veicolo di comunicazione più emotiva che informativa.
Lo stereotipo della “donna romantica” è ricorrente
come quello materno, le aspirazioni femminili non possono ignorare
le faccende sentimentali e la rincorsa verso sogni anche difficili
da realizzare. Il lessico offre un gran numero di aggettivi, sostantivi,
verbi etc., convenzionalmente attribuiti al sesso femminile, che
sono estremamente efficaci per ricostruire una spiccata attenzione
al mondo intimo e personale, si veda per esempio questa frase di
Alice: “Non sono ambiziosa, sono romantica”.
Ogni personaggio, quando occorre, attinge a questo stereotipo che
certamente rientra nelle caratteristiche distintive del modello
femminile presentato dalla televisione e, tra le aspirazioni più
o meno manifeste, spiccano l’attenzione e l’importanza
per le faccende sentimentali e per la realizzazione di sogni spesso
impossibili. Anche le donne apparentemente lontane dalle aspirazioni
di una tranquilla vita amorosa cedono a questi discorsi, confessando
le difficoltà incontrate nel doversi mostrare indifferenti
ad questo aspetto della vita che a volte è stato messo da
parte ma che, se manca completamente, rischia di trasformare donne
anche affascinanti in personaggi difficili da amare.
Le “romantiche” credono alle favole e non possono fare
a meno di sognare.
Marta: Allora io mi raccontavo delle favole,
mi raccontavo delle belle storie. Ma le favole non esistono, non
esistono..
Fiorenza: Sì le favole, a proposito,
lì c’è la strega di Biancaneve.
Paola: [che desidera ardentemente un abito rosso]…io
lo nascondo e ci faccio un giro ogni tanto… bèh sì
lo so, è la favola di Cenerentola e della zucca, so tutto…
In alcuni casi il desiderio di una vita romantica è rappresentato
da parole legate al mondo affettivo ed emotivo oppure dalle difficoltà
nel conciliare famiglia e lavoro:
Alice: Raccontale di quand'eri bambino, della
tua infanzia. Guarda che queste cose a noi donne inteneriscono molto.
Francesca: … si pensa al lavoro, alle
questioni sentimentali, e gli affetti veri, quelli, li si danno
un po’ per scontati.
In televisione il romanticismo è espresso da un abbondante
repertorio di frasi tipiche che ripropongono la lingua dei fotoromanzi,
da molti considerati precursori della fiction al femminile; il linguaggio
televisivo, tuttavia, almeno nei prodotti più raffinati,
pur rispettando lo stereotipo, è più misurato e non
eccede in manierismi come: (da Sogno )
Andrea è un uomo molto attraente, e con quell’ombra
di malinconia nello sguardo che intenerisce…(L’esempio
è tratto dal n°152, anno XLIX, del maggio 1995. Il periodico
Sogno è pubblicato dalla edizioni Lancio,
storica casa editrice di fotoromanzi.)
Il romanticismo e l’attitudine materna appartengono in senso
ampio all’universo femminile, ma al suo interno i ruoli, l’età,
la cultura, la moda, gli eventi richiedono un cambiamento di toni
e le donne possono essere dure, risolute, aggressive, crudeli o
acide (Marta “Come siete acide!”). Agli stereotipi più
diffusi, quindi, se ne aggiungono altri che, presentando molte altre
sfumature, arricchiscono il panorama femminile televisivo di linguaggi
diversi.
C’è Francesca che, nel suo ruolo di direttrice d’azienda,
rappresenta lo stereotipo della donna risoluta e decisa che usa
aggettivi diretti e scarni:
Francesca: Ci aspetta una settimana molto dura.
D’altra parte anni di esperienza in questo settore mi hanno
insegnato che crisi di questo genere si risolvono soltanto con un
intervento radicale.
Francesca: Qui i problemi sono tanti e gravi,
e lei con la sua esperienza dovrebbe capirlo.
Rispetto ai modelli precedenti, quello della “donna manager”
si caratterizza per l’assenza dei diminutivi e per un numero
ristretto di esclamazioni ed aggettivi; la lingua di Francesca,
sul luogo di lavoro, è di una scostante e sprezzante gentilezza
resa attraverso il lei e i vari per cortesia, scusi, prego che chiudono
ogni suo ordine o richiesta. Quando poi si riappropria della sua
femminilità, acquistando confidenza e complicità con
le altre donne, dà del tu, e non si preoccupa più
di nascondere il suo lato umano e premuroso.
C’è Roberta, amante innamorata ma abbandonata dal suo
uomo, che usa parole che, resistendo all’usura del tempo,
costituiscono i giudizi convenzionali per lo stereotipo dell’
“amante buona”: “Io non gli posso stare in giro
perché sono solo l’amante, la rovinafamiglie”
- “All’infelicità ci si abitua, al marchio di
puttana bisogna familiarizzare.. una donna sola è un po’
più puttana della altre, poi se ha una storia col principale,
peggio ancora...”
C’è “la zitella” che si distingue dalla
“single” per il suo malinconico scetticismo che le fa
dire “Paola si sacrifica, mio papà si sacrifica, mia
mamma si sacrifica, qui c’è qualcun altro che si vuole
sacrificare per me ?”. “La single” invece è
intraprendente ed incoraggia le altre donne ad esserlo“...vai
in giro che sembri la vergine di Norimberga, non so c’è
scritto qua ‘attenti mordo’. Dai se ti piace Pino buttati
no ?”.
C’è anche l’aggressività dell’ “amante
cattiva”, Annalisa, donna crudele e senza scrupoli che impersonifica
un modello femminile importato dalla soap-opera americana, dove
questo tipo di donna sembra esserci specializzato nelle arrampicate
sociali e nella distruzione di patrimoni, famiglie, affetti. Nella
serialità italiana questo modello rappresenta una novità
ed è reso attraverso un linguaggio crudo ed eccessivamente
violento, che non sempre è giustificato dagli eventi narrati,
raggiungendo degli eccessi che di solito sono estranei alla tradizione
televisiva. Cercando di costruire un carattere aderente allo stereotipo,
l’autore si è lasciato prendere la mano e ha creato
una figura femminile così esagerata nei suoi furori che si
spera di non dover mai incontrare nella realtà :
Annalisa: Cosa cazzo ne sai! … Pezzo
di merda!… maledetto stronzo!
Annalisa: Porca puttana, guarda quel pezzo
di merda come mi ha conciata.
Annalisa: È successo che è venuta
quella stronza della Giovannelli.
L’eccessivo uso del turpiloquio se da un lato semplifica la
costruzione dello stereotipo, dall’altro lo priva di tutte
quelle sfumature necessarie ad un’analisi più profonda
del carattere, per cui l’abuso di licenze verbali rischia
di impoverire inutilmente la lingua senza nulla dare alla storia.
Tuttavia bisogna precisare che il linguaggio sopra riportato può
essere considerato un’eccezione, perché il turpiloquio,
quelle volte che la televisione lo lascia passare, e non sono rare
come una volta, di solito è prerogativa degli uomini.
Gli idioms
Per dirla con Saussure, se il dominio delle frasi libere è
la parole, dove vige il principio della libertà associativa,
il dominio degli idioms è la langue, da cui il parlante prende
un “pezzo” di lingua già confezionato, a cui
a volte non è possibile (né è necessario) aggiungere
nulla. L’uso di queste espressioni non richiede nessuno sforzo
creativo: il parlante attinge da una riserva già consolidata
e tramandata. Il risultato è una grande economia del discorso,
che permette una comunicazione breve e veloce.
La lingua della fiction, che si rivolge ad un pubblico vasto ed
eterogeneo, deve necessariamente servirsi dei luoghi comuni linguistici,
i quali possono avere una doppia finalità: rappresentare
la base di una lingua comune facilmente comprensibile e caratterizzare
i diversi personaggi attingendo dalla langue espressioni che ben
si adattino ai diversi caratteri e ruoli. Non è detto che
l’uso di topoi sia maggiore nella lingua delle donne, infatti
non ci risultano prove scientifiche sulla frequenza degli idioms
nel discorso femminile, e non c’è nulla che autorizza
a credere che essi vengano utilizzati più dalle donne che
dagli uomini; ciò nonostante a volte la rappresentazione
televisiva tende ad attribuire alle donne un’ampia gamma di
luoghi comuni linguistici, spesso di maniera. Lo stereotipo va quindi
in contraddizione con il fatto noto in sociolinguistica secondo
cui le donne sono più corrette e hanno un lessico più
ricco degli uomini. Per quanto riguarda la nostra analisi ci siamo
resi conto che, a parità di presenze dei due sessi, il numero
di frasi fatte, più o meno rigide, nel dialogo maschile è
quasi uguale a quello delle donne:
Analisi computazionale degli IDIOMS di 5 episodi della serie “Un
medico in famiglia”
UOMINI 13,10%
DONNE 12,16%
Lo scarto di un punto è dovuto ad un numero maggiore di
metafore che servono a caratterizzare due personaggi maschili.
Per semplificazione d’analisi abbiamo chiamato Idioms l’insieme
generale delle frasi fatte che sono state divise in 4 categorie
a seconda la loro fissità ed il loro grado metaforico:
1. proverbi: hanno un alto grado di metaforicità
e si distinguono dalle frasi idiomatiche perché generalmente
hanno un implicito contenuto morale;
2. metafore: si distinguono in “vive”
che sono inedite ed innovative e “morte” che sono figure
convenzionali d’immediata comprensione;
3. frasi idiomatiche: sono enunciati (o loro parti)
dalla forma cristallizzata e dal significato non composizionale,
con valore metaforico di diversa gradualità;
4. clichés: forniscono al parlante un tassello
della lingua già predisposto, al pari delle matrici tipografiche.
Essi formano un legame fisso, un blocco precostituito da usare insieme.
5. frammenti: appartengono a questa categoria una
vasta gamma di fenomeni di varia natura come esclamazioni, clausole
di rito e di replica, esotismi e segnali discorsivi.
1. Proverbi
L’uso dei proverbi non può essere considerato tipico
del linguaggio femminile; essi comunemente sono ritenuti schegge
della cultura popolare che contengono l’antica saggezza dei
padri, per questa ragione, nella lingua seriale, possono servire
a caratterizzare il registro popolare/dialettale di un personaggio,
uomo o donna, oppure ad attribuirgli una certa nostalgia per il
passato. Per produrre quest’effetto, non è necessario
che il personaggio enunci un proverbio nella sua completezza, ma
basta che egli adotti la struttura ed il tono dell’ipse dixit:
Cettina: Come dice la zingara come spendi mangi.
Cettina: Vabbuò il fine giustifica i
mezzi, come diceva la zia Elide.
I proverbi servono anche ad esprimere con parole semplici un pensiero
complesso, quindi se usati con misura e cautela possono alleggerire
le battute senza privarle del loro significato:
Paola: Pensa che basti rivestire un somaro
per sembrare un cavallo.
Vi sono, poi, i proverbi più comuni che vengono usati con
frequenza nel parlato parlato, ma che non danno nulla al discorso
perché privi di ogni originalità; nella lingua seriale
la loro presenza indica un parlare banale, a meno che il “parlar
per proverbi” non sia una scelta linguistica voluta e studiata
dagli sceneggiatori per caratterizzare un personaggio, come nel
caso di Cettina, la collaboratrice domestica di “Un medico
in famiglia”:
Cettina: Chi tardi arriva male alloggia.
2. Metafore
Il parlato spontaneo è pieno di usi metaforici anche sfumati,
spesso dal significato ormai convenzionale e dunque facilmente riconoscibile.
La televisione rispecchia questa tendenza, ricorrendo alle metafore
per vivacizzare i dialoghi di moltissimi personaggi.
Le metafore del discorso televisivo sono immediatamente comprensibili,
a volte hanno la forma del paragone: Cettina “Ci ho pianto
come una fontana” – Fiorenza “Siamo come i piloti,
che vanno nei posto più belli del mondo e vedono solo gli
alberghi” – Marta “Non vedi che capelli che ci
hai, sembra un cespuglio”, mentre altre volte sono utili per
dare al discorso una espressività semplice:
Alice: Il gatto e la volpe non ci aiutano ad
apparecchiare?
Enrica: Non mi posso mettere allo stesso tavolo
con quel mostro.
Paola : (su Francesca, la direttrice) ...la
grande stratega...
Attraverso il senso metaforico di alcune espressioni è possibile
veicolare il carattere di un personaggio e i luoghi comuni ad esso
attribuibili in relazione agli eventi narrati, così per Fiorenza
che ha paura delle ingerenza della sua famiglia “Eccomi risucchiata
nell’incubo familiare” oppure per Annalisa con la sua
ironia graffiante “Ha capito che la sua bella non è
un fiore di virtù” e per Paola che deve lavorare per
mantenersi gli studi “Mi vengono dei nervi a vedere quelle
galline piene di soldi che spendono in dieci minuti quello che io
guadagno in due mesi”.
Le metafore possono anche essere un importante fattore di arricchimento
della lingua poiché permettono di costruire nuovi significati
a partire da quelli originari, associando campi semantici lontani;
il risultato è la possibilità di dar vita ad usi inediti
della lingua, si veda questo esempio tratto dalla serie Commesse
“le giacche Caritas”, giacche vecchie che non si riesce
a vendere. In alcuni casi le invenzioni create attraverso la metafora
“viva” passano dalla lingua seriale al parlato spontaneo,
arricchendolo.
3. Frasi idiomatiche
Abbiamo chiamato genericamente frasi idiomatiche tutti quei costrutti
dal significato non composizionale che presentano una certa fissità;
la brevità dell’analisi non ci consente di approfondire
l’argomento che è sicuramente uno dei più interessanti
nel campo della linguistica pragmatica. La più importante
osservazione da fare è che la fissità, che le caratterizza,
si deve immaginare come una linea continua lungo la quale ci sono
alcune espressioni che sono almeno in parte modificabili ed altre
che non permettono alcuna trasformazione.
Nella fiction la “lingua delle donne”, usa le idiomatiche
soprattutto per descrivere uno stato d’animo, una situazione
di vita molto spesso dolorosa o almeno complessa che si vuole comunicare
per trovare conforto; i luoghi comuni linguistici coincidono con
una condizione femminile un po’ di maniera: le donne insomma
sono proprio come ci si aspetta che siano.
Amante abbandonata
Roberta: M’ha dato il benservito.
Roberta: Mi vado a cercare sempre gli scarti
degli altri.
Moglie frustrata
Marta: Sono una che vorrebbe molla’ tutto
e andarsene all’inferno
Marta : Io non valgo una cicca.
La “zitella” con il complesso
d’inferiorità
Fiorenza: Poi lei sempre così tutta in tiro,
tutta in ordine.
Fiorenza: Buttati buttati, nel fiume mi butto.
Fiorenza: Non mi si fila per niente.
La “cattiva”, nemica delle
altre donne
Annalisa: Ridi che mammina ha fatto gli gnocchi.
Nella realtà il parlato femminile è naturalmente
meno caratterizzato anche se sembrerebbe che la donna, al di fuori
della famiglia, usi un linguaggio precostituito che l’aiuti
ad adattarsi ai diversi contesti sociali: un abito adatto ad interpretare
un certo ruolo, cortese, formale, affettuoso, disinibito, spregiudicato,
amichevole etc.
Nelle sue funzioni di
dirigente d’aziendaFrancesca: Datemi
carta bianca.
Francesca: È il suo braccio destro.
La duttilità del linguaggio femminile dipende secondo Attili
e Benigni (1979) “dalla diversa socializzazione cui vengono
sottoposti maschi e femmine (...)”, la socializzazione femminile
spinge la donna “a prestare la maggior parte della sua attenzione
al comportamento e alle azioni degli altri, onde poter criticare
le deviazioni dalla norma (di qui la maggiore disponibilità
al pettegolezzo)”.
Fra amiche
Roberta : Mi tolgo il pensiero.
Roberta : Me la prendo con calma.
Roberta : Ci hai la palla di vetro.
Roberta : Facciamo il giro di telefonate per
mettere tutti in campana.
Marta : Dammi una mano.
Marta : Faccio un salto.
3. Clichés
La lingua è ricca di piccoli o grandi gruppi di parole usati
come blocchi precostituiti ma che, a differenza delle espressioni
idiomatiche, mantengono il significato originario delle singole
parole e rendono la comunicazione veloce ed immediata. Abbiamo chiamato
questi raggruppamenti di parole clichés, traendo il termine
dal linguaggio tipografico, proprio per indicare la loro caratteristica
essenziale che sta nell’offrirsi nella loro completezza. Nella
linguistica pragmatica il termine viene usato nel significato di
stereotipo, che non nega la nostra definizione ma la completa, per
cui il cliché può essere definito un raggruppamento
di parole che si offre al parlante per caratterizzare tipi, caratteri,
eventi e situazioni.
Il clichè si presenta nelle forme più varie :
· come locuzione verbale - “Aspetto in linea”-
“Fare la fine di” -“Farsi da parte”- “Prendere
posizione” - “Dire la verità” -“Lascia
perdere”;
· in forma di frasi brevi “Mi spettava di diritto”-
“Ho i minuti contati”- “Facciamo finta di niente”;
· in forma di frasi complesse “È stato bello
finché è durato” - “Ho bisogno di tempo
per valutare con calma la situazione”.
Il cliché quando è più lungo e complesso svolge
una funzione descrittiva del personaggio quasi a formare un “abito”
dentro il quale egli si muove agevolmente. Vi possono essere infatti
interi periodi così ricchi di clichés da diventare
a loro volta cliché o meglio stereotipo nel senso più
sociologico.
4. Frammenti
Il tratto più originale è rappresentato dalle esclamazioni
che sono in gran parte di tipo religioso: Madonna, Madonna mia,
Dio, Dio mio, Oddio. Alcune variazioni come Madonna del Carmelo,
Gesù (“Uh Gesù quanto so’ belle!”)
sono invece esclamazioni religiose di tipo popolare cui si ricorre
quando si vuole puntualizzare il registro di un personaggio, come
Cettina.
Si è notata una certa frequenza dell’uso di certo/niente,
come rafforzativo delle clausole di replica (“Ma non stai
bene?” “No no, niente” – “Hai avvertito
Lucia?” “Sì sì, certo”). Inoltre
Certo può essere usata come forma alternativa del sì
(“..Mi devi dire qualcosa di importante?” “Certo,
importantissima”) mentre niente è usata come interiezione
generica (“Allora si può sapere cosa ti succede in
questi giorni?” “Niente guarda” ).
Gli esotismi, in linea di massima, nell’universo femminile
indicano un atteggiamento, a volte un po’ datato, che sta
ad indicare l’appartenenza ad un alto livello sociale, Enrica
infatti usa termini come robe-manteau e chic.
CONCLUSIONI
La lingua seriale è frutto di un processo elaborativo al
quale partecipano gli sceneggiatori, i dialoghisti e gli attori,
tutti questi soggetti attingono dalla loro esperienza sia personale
che professionale ed il risultato è una lingua parlata condizionata
da stereotipi che possono essere allo stesso tempo soggettivi, perché
appartengono ad un bagaglio culturale individuale, ed oggettivi,
perché partono da una visione della realtà. Il “parlare”
delle donne, per molto tempo, è stato oggetto di scherno;
questo atteggiamento, dovuto ad una organizzazione maschilista della
società, ha dato vita ad un infinito numero di luoghi comuni
che le stesse donne hanno contribuito ad alimentare (basta pensare
allo slogan “quanto ci piace chiacchierare” che Sabrina
Ferilli, con tono “sensuale”, ripete all’infinito
negli spot pubblicitari di una famosa società di telefonia).
Se l’abuso di luoghi comuni può essere giustificato
in pubblicità, dove la brevità della comunicazione
impone l’immediatezza del messaggio, ciò non dovrebbe
essere consentito nella fiction, che si propone di riprodurre uno
spaccato di vita.
Nel corpus da noi analizzato (troppo breve per la formulazione di
tesi esaustive) abbiamo trovato due tendenze:
1. una certa corrispondenza con gli elementi che caratterizzano
la lingua delle donne nella realtà, nelle serie “Commesse”,
“Un medico in famiglia” e in alcune puntate de “Il
bello delle donne”;
2. una più o meno evidente artificiosità nelle soap
opera, dovuta alle scelte convenzionali linguistiche e agli stereotipi
che coincidono con la tradizione dei fotoromanzi, dove il mondo
rappresentato è più immaginato che vissuto.
Nelle serie “Commesse” e “Il bello delle donne”,
protagonista assoluto è l’universo femminile ; gli
uomini sono figure accessorie e quindi non è possibile analizzare
le differenze tra la lingua delle donne e quella degli uomini. Nelle
due serie i protagonisti maschili principali, Romeo e Luca, sono
omosessuali. Questa coincidenza è conseguenza di un luogo
comune con il quale si sostiene che “il migliore amico della
donna” può essere solo un omosessuale. Dal punto di
vista linguistico, nei loro dialoghi, abbiamo ritrovato una eccessiva
presenza di fenomeni tipici del “parlare” delle donne,
quasi come se il mondo omosessuale sia l’erede della più
abusata convenzionalità femminile:
Romeo: Oddio mio un’altra donna!
Romeo: Oddio è bellissima, complimenti
per lei, io vedo benissimo un colore del genere, guardi, le sta
divinamente.
Romeo: Eh embé, oh se vuoi stare in
tiro, amore.
Anche in “Un medico in famiglia” compare, come personaggio
di contorno, un medico omosessuale, ma qui non vi sono eccessi e
si resta fedeli ad una lingua media, armonica, dove l’uso
di luoghi comuni non serve a riconoscere l’identità
sessuale ma a delineare i diversi caratteri, i ruoli e le differenze
diastratiche e diafasiche dei protagonisti maggiori e minori.
In sintesi ci pare evidente che esistono realmente delle differenze
tra la lingua delle donne e quella degli uomini, ma ciò non
può e non deve essere considerato un limite del “parlare”
femminile; quando queste differenze vengono usate per rafforzare
luoghi comuni abusati ed anacronistici si rischia di costruire una
lingua inesistente che offende e che mortifica non solo il mondo
femminile ma lo stesso prodotto, con il rischio di non riuscire
a raggiungere l’attenzione e la fidelizzazione del pubblico
che è poi il fine ultimo della comunicazione seriale. La
differenze linguistica sono la conseguenza delle diverse identità
sessuali, esse sono presenti soprattutto laddove vengono esercitati
i ruoli che sono propri di ciascun sesso, mentre si attenuano in
ambiti più neutri, come quelli professionali, dove sono identici
i registri adottati.
Un ultimo accenno va fatto sui turni di parola che non sono stati
oggetto dell’analisi poiché nei nostri corpus c’era
una presenza quasi esclusivamente femminile. Solo ne “Un medico
in famiglia” vi è un numero paritetico di uomini e
donne e qui forse in osservanza con il titolo della serie abbiamo
una certa prevalenza di interventi maschili, prevalenza che tuttavia
non dimostra una effettiva invadenza della lingua degli uomini rispetto
a quella delle donne.
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