W la scimmia: una degna punizione, “nel nome del Padre”
di Donato Guida
“Sotto il segno dell’ossessione e della repressione”: questo potrebbe essere un buon sottotitolo al terzo lungometraggio del regista Marco Colli, W la scimmia, tratto dal racconto di Tommaso Landolfi, «Le due zitelle», e scritto a quattro mani – così come i precedenti due film di Colli, Giovanni Senzapensieri e Naufraghi sottocosta – dal regista e da Gianni Di Gregorio – sceneggiatore, tra gli altri, di Matteo Garrone, nonché autore dell’affascinante Pranzo di ferragosto (2008).
Il film narra le vicende di due sorelle, Lilla e Nena, che, succube dell’anziana, invalida, autoritaria e insopportabile, madre, vivono a metà tra un perbenismo bigotto e cattolico-borghese (passano la maggior parte delle serate a guardare, in tv, le “telemesse” di un avido e falso prete che, basandosi su quella che potrebbe essere definita la “paura del peccato”, riesce a ricevere onerose offerte, soprattutto dalle due sorelle), e la venerazione di una piccola scimmietta di nome Tombo, regalo e unico ricordo del padre morto anni addietro. Dopo la morte della madre, le sorelle sembrano unirsi di più, nella considerazione di essere due povere donne sole e, per questo motivo, elevare l’animale a simbolo di “uomo di casa”. Attorno alle due protagoniste si muovono altri personaggi che, nell’insieme, rappresentano la società moderna: dalla profittatrice “servetta” latino-americana presa in casa e accudita come una figlia, al debole ma onesto ragioniere Santino innamorato e fidanzato con la domestica dalla quale viene puntualmente tradito; e tra ragazzotti nullafacenti che entrano in casa delle due per rubacchiare o degli oggetti o del “sesso gratuito” dalla cameriera, a dottori inadempienti al proprio dovere, il film continua sino al punto centrale: alcune suore accusano la scimmietta di entrare in chiesa, nel bel mezzo della notte, e, in modo sacrilego, cibarsi del “corpo di Cristo”, bere il vino dal calice e urinare sull’altare. Questo avvenimento sconvolge le due sorelle (soprattutto Nena, la maggiore delle due) tanto da farle interrogare sulla possibile punizione da infliggere a Tombo, la quale sarà attuata sotto il segno di una vera e propria crocifissione dell’animale.
L’ossessione e la repressione si diceva prima: questi due elementi sono fortemente presenti e ben costruiti nel film; dall’ossessione delle due protagoniste di non essere state delle brave figlie a quella (sempre delle sorelle) di vedere Tombo come “uomo di casa”, per giungere all’amore ossessivo di cui è preda Santino, il servile ragioniere. Proprio lui sembra essere la “valvola di sfogo” del film: un vero e proprio idiota dostojevskiano che, tra i tanti soggetti razionali che lo circondano, è l’unico in grado di esprimere la follia del gesto che si vuole compiere: processare la scimmia. È proprio Santino che cerca di far osservare l’impossibilità (nonché l’assurdità) di punire Tombo per ciò che ha fatto, perché in quanto animale vive d’istinto e non lo si può condannare.
Che la filosofia del cinema di Marco Ferreri sia presente in quest’opera è evidente (per chi, come Marco Colli, è affascinato dal lavoro di un autore oggi troppo ingiustamente dimenticato).
Dall’animalità alle ossessioni, dalle convenzioni cattolico-borghesi fino alle repressioni dell’istinto: tutti gli elementi ferreriani sono presenti in questo film; già il titolo rimanda a quella Donna scimmia (1964) che, troppo “pelosa” per essere considerata donna e troppo sentimentale per essere rinchiusa sotto la semplice considerazione di “animale”, muore sotto i colpi di una società menefreghista e perbenista che la considera solo come un fenomeno da baraccone, non degna d’amare o, addirittura, di avere figli.
Come detto, però, tutti gli elementi ferreriani presenti in questo film, potrebbero essere racchiusi e intravisti in Tombo, la piccola scimmietta che sembra fare le veci dell’uomo di casa. Che esso sia la sintesi di quell’uomo fisiologico portato in scena da Ferreri fin da La grande bouffe (1973) e che tanto ha scandalizzato il buoncostume occidentale, è ben evidente. Il tema principale della “filosofia” ferreriana, infatti, spiega come l’uomo, che è in realtà un animale, sia stato per tanti anni oppresso dalle istituzioni, tanto da dover definitivamente reprimere qualsiasi istinto; la ragione, la scolarizzazione e l’istituzionalizzazione ha portato l’uomo a dimenticare del tutto il suo istinto animale e, nel caso questo venga fuori, la punizione sarà delle più atroci.
È per questo che Tombo viene “crocefisso”: egli è scimmia ed uomo al tempo stesso; un animale elevato allo stato umano da due zitelle troppo ossessionate dalla loro solitudine e dalla loro (probabile) debolezza nei confronti di una società fallocentrica. Ma divenuto uomo, l’animale deve anche reprimere il suo istinto: cosa impossibile, verrebbe giustamente da dire.
Eppure il perbenismo non accetta scuse: l’uomo-animale deve essere crocefisso, soprattutto perché deve (purtroppo) essere sempre la ragione a surclassare l’istinto. Non vi è possibilità di salvezza per l’uomo che vive di animalità; la punizione istituzional-divina è dietro l’angolo, in attesa di punire il peccatore con chiodi e martello.
Sempre e comunque nel nome del Padre…
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