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Giovanni Senzapensieri, l’uomo che imparò a volare


di Leonardo Gregorio

Giovanni Cantelmo (Sergio Castellitto), ultimo discendente di una nobile dinastia decaduta, vive assieme a due anziane governanti in un antico palazzo di famiglia nel centro di Roma.  Gli capiterà accidentalmente di trovare dei documenti autentici di Leonardo da Vinci sul volo umano, nonché  due grosse ali realizzate da un suo lontano antenato, ammiratore del genio toscano. E alla fine Giovanni, Giovanni “Senzapensieri” come lo chiamano tutti, quello un po’ spostato, un po’ strano, “l’idiota”, prenderà il volo e se ne andrà, lasciandosi il mondo, più che alle sue spalle, sotto di sé. Egli aprirà le sue enormi ali e si tufferà, sicuro che non ci sarà il tonfo ma saprà davvero sollevarsi da terra, potrà finalmente toccare le nuvole. È questo il suo gesto di pacifica e al contempo estrema rivolta nei confronti della società e delle sue gabbie, dei suoi schemi, il gesto che suggella la precedente ribellione, spada alla mano, contro i sacerdoti piombati in casa per punire la sua diversità. Il volo è l’atto che scaccia questa minaccia, che segna un’acquisita consapevolezza di sé, che accoglie la citazione di Eraclito riportata in apertura del film: “Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, perché è chiuso alla ricerca e ad esso non porta nessuna strada”. D’altronde sin dalle prime immagini che lo ritraggono notiamo come Giovanni faccia quasi fatica a restare con i piedi inchiodati a terra, è come se fosse in un certo senso perennemente “in aria”: lo è nelle sue peregrinazioni sui tetti, nei suoi sogni a occhi aperti, nei suoi giri sulle giostre al luna park. Visto dagli altri come una sorta di bambino cresciuto, come un mansueto e svagato perdigiorno, in realtà il personaggio interpretato da Castellitto di pensieri ne ha e anche tanti, solo che sono molto distanti da quelli di coloro che lo circondano. L’uomo - sigaretta sempre in bocca, passo ciondolante, fare impacciato e sguardo trasognato - pensa, ma a modo suo, ridisegnando e insieme semplificando la realtà; seduto su un tetto può vedere il mondo e cascando può scoprire porzioni di esso a tutti gli altri precluse. Egli è in qualche maniera un mistico, un osservatore privilegiato, svincolato da condizionamenti e regole sociali, ha un rapporto del tutto particolare, sincero, ingenuo con le persone, con le cose, con gli oggetti, con l’amore che prova per la bella biondina sua vicina di casa (Eleonora Giorgi). È talmente preso dalla ragazza da fare sogni sui di lei dove l’erotismo raggiunge il suo apice fissandosi in immagini che incorniciano i due teneramente vicini sulla ruota panoramica.
Marco Colli, coadiuvato da un ottimo Castellitto, costruisce una commedia surreale, una efficace allegoria, fatta di un’atmosfera sospesa così come sospeso, magico, leggero è il suo protagonista, che si fa tramite dello spirito libertario del regista. Giovanni Senzapensieri contiene in nuce quel discorso antiautoritario - dove l’autorità non corrisponde a uno specifico nome o a una determinata entità quanto a tutte quelle norme sociali e comportamentali restrittive e spersonalizzanti - che il suo autore amplierà adottando tinte assai più nere e grottesche in W la scimmia parecchi anni dopo.
L’opera d’esordio del 1986 di Colli è insomma un film sulla libertà dell’individuo, sulla sua autonomia di pensiero, è un inno alla fantasia, alla difesa dell’immaginazione, al riscatto del sogno: Giovanni sceglie la fuga per la felicità, per salvarsi, per fare in modo che il suo candore d’animo non venga intaccato, per mantenere la sua purezza. Non è importante conoscere dove andrà a finire o cosa farà. Ci basti sapere che è riuscito ad alzarsi in volo e siamo comunque certi che le sue ali non arderanno al sole come quelle di Icaro.

 

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