‘ The embedded scriptwriter’
ovvero
lo sceneggiatore nascosto dei reality
di
Simona Messina
L’irruzione del reality nei palinsesti televisivi ha introdotto delle nuove formule di racconto che pretendono di raccontare la realtà in tempo reale senza l’ausilio di una sceneggiatura. Questo genere, che è stato accolto come una assoluta novità, ha in effetti dei progenitori negli indimenticabili Specchio segreto di Nanni Loy (1964) e Portobello di Enzo Tortora (1977). Nel primo il regista, con una telecamera nascosta, riprendeva delle situazioni paradossali da lui stesso create all’insaputa di malcapitati passanti o avventori di bar che si trovavano a vivere dei momenti imprevedibili ed imbarazzanti; Portobello, invece, con le sue due rubriche fisse: Fiori d’arancio e Dove sei? può essere considerato la matrice storica di programmi come Uomini e donne di Maria De Filippi, preceduto da Agenzia matrimoniale di Marta Flavi,e di Chi l’ha visto? che è diventato da anni una fonte inesauribile di storie di vita che spesso vengono drammatizzate in forma filmica.
Il genere va inquadrato nella macrocategoria della televisione della realtà che, attraverso diverse strategie narrative, racconta stralci di vita vera, inventata o costruita in studio. Appartengono al genere moltissimi programmi che possono essere divisi, in linea generale, in tre classi, ognuna delle quali ha delle caratteristiche specifiche, fermo restando la pretesa di raccontare la ‘vita reale’:
- documentari e filmati che riguardano avvenimenti tragici, straordinari, paradossali o grotteschi, ripresi dal vivo con o senza la consapevolezza dei protagonisti;
- racconti di vita fatti dai protagonisti o attraverso drammatizzazioni, secondo la tecnica della fiction;
- segmenti di vita inventata e costruita, ripresi dalla telecamera con la consapevolezza dei protagonisti.
Tralasciando il primo gruppo, che si basa su documentari e filmati di importazione o di produzioni indipendenti commentati in studio, gli altri due gruppi si distinguono secondo i protagonisti che vi partecipano che vanno divisi in ‘persone’ e in ‘monstra’.
Le ‘persone’ sono i protagonisti dei programmi del gruppo due: si tratta di ‘persone comuni’ che si servono del mezzo televisivo per raccontare la loro storia, il cui contenuto può essere la denuncia di un’ingiustizia, la testimonianza di un fatto socialmente rilevante, la ricerca di un congiunto disperso, la confessione di un malessere esistenziale o la cronaca di una condizione di vita. Non tutte le persone appaiono a viso aperto e molte storie sono drammatizzate e ricostruite da attori. Ciò vuol dire che la motivazione dell’intervento non è solo quella di apparire in televisione, ma nasce principalmente da due fattori: la mancanza o il disinteresse degli interlocutori tradizionali come la famiglia, la scuola, gli enti amministrativi, ecc. e la fiducia incondizionata che il pubblico più ingenuo, nel senso migliore del termine, ripone nel mezzo televisivo, al quale ci si rivolge per ottenere giustizia o solo qualche parola di consolazione. Le trasmissioni in cui intervengono le persone sono al limite tra trasmissioni di servizio e televisione della realtà; la linea di confine fra i due generi non è sempre facilmente identificabile, dato che la spettacolarizzazione del racconto, costruita ad arte dagli addetti ai lavori, suggerisce almeno una scaletta che ha nel conduttore il suo fedele esecutore.
I monstra, protagonisti dei segmenti di vita inventata e costruita, nascono e vivono all’interno dei reality;il termine, mediato dal latino, con il significato di prodigio da mostrare, non si riferisce a loro in quanto persone ma in quanto ‘personaggi’ nati o rinati nel laboratorio televisivo: i primi sono gli esordienti che non hanno un passato, mentre i secondi sono le cosiddette ‘celebrity’ che, al contrario, non hanno un presente e cercano di conquistarselo per non essere irrimediabilmente dimenticati. Dietro la loro ansia di nascere o di rinascere televisivamente, si nasconde un coacervo confuso di emozioni, frustrazioni, ambizioni che essi impudicamente mettono in mostra sotto l’occhio invadente della telecamera:
“Per esserci bisogna dunque apparire. E chi non ha nulla da mettere in mostra, non una merce, non un corpo, non una abilità, non un messaggio, pur di apparire e uscire dall’anonimato mette in mostra la propria interiorità, dove è custodita quella riserva di sensazioni, sentimenti, significati “propri” che resistono all’omologazione, che, nella nostra società di massa, è ciò a cui il potere tende per una più comoda gestione degli individui.
Il grande fratello o L’isola dei famosi sono stati ideati fondamentalmente per questo, ma falliscono lo scopo, perché quando una dozzina di persone sono chiuse in uno spazio ristretto o relegate su un’isola remota, senza libri né giornali, con nulla da fare per tutto il giorno, quello che mostreranno non sarà assolutamente la loro normalità, ma la loro patologia.”
(Umberto Galimberti L’ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani – 2008, pag. 59)
I monstra sono figli artificiali degli ideatori del programma - una sorta di replicanti di persone che gli hanno prestato il corpo e il volto, sagome ‘fabbricate in officina’, essi hanno molti genitori e sono assistiti sempre da un tutore che è il conduttore della trasmissione che li esorta, li sgrida, li protegge, li provoca, facendo in modo che la loro vita continui fintanto che non si esaurisca completamente la curiosità dei telespettatori, e quando questa non c’è più essi scompaiono; si sciolgono come pupazzi di neve o si disintegrano come robot antropomorfi. Dai loro miseri resti, faticosamente rinasce la persona, il cui destino interessa ben poco a quei telespettatori che con il pollice verso, complice il telecomando, hanno determinato la morte del suo replicante.
Essi vivono la loro breve ‘vita’ sotto l’occhio attento della telecamera che li segue ovunque; la loro storia dura di solito lo spazio di una stagione televisiva. Il filo conduttore della storia è spesso un rapporto sentimentale che nasce, cresce e muore in diretta, gli ostacoli sono rappresentati da incomprensioni o dall’entrata fugace di un rivale che mette in pericolo la coppia. Apparentemente gli eventi si svolgono senza l’ausilio di una sceneggiatura ma la prevedibilità degli avvenimenti e i tempi dell’azione fanno trapelare una sceneggiatura puntuale che governa la successione delle scene, le quali subiscono poi una ulteriore manipolazione attraverso il montaggio.
Tuttavia, nonostante la povertà dell’intreccio, bisogna convenire che il reality ha creato una nuova forma di racconto televisivo, un racconto che non è frutto della fantasia e della creatività di uno scrittore come avviene per la fiction, ma la falsificazione di uno stralcio di vita vissuta senza alcun pudore di fronte a milioni di telespettatori che credono, in buona fede, di essere di fronte ad una storia ‘vera’ che si svolge sotto ai loro occhi. L’incredibile successo delle ‘love story’, costruite tassello dopo tassello all’interno del programma Uomini e donne, dove partecipano giovani e meno giovani alla ricerca di ‘un’anima gemella’, sta a dimostrare quanto questa formula risponda al bisogno del ‘popolo televisivo’ di entrare a far parte del mondo parallelo della televisione.
La differenza fondamentale che esiste tra il racconto della fiction e quello del reality consiste nel fatto che, se da un lato c’è un copione stabilito, dove la traccia linguistica è già fissata e deve uscire dai vincoli della pagina scritta per diventare orale, dall’altro sembra che i protagonisti, muovendosi senza copione, siano più spontanei, o almeno questo si vuol far credere; in realtà c’è un copione invisibile, ma non per questo meno vincolante, che inizia con la selezione dei protagonisti, dai quali ci si aspetta determinati comportamenti a cui corrispondono precise scelte linguistiche. L’assenza di un copione esplicito porterebbe a considerare il reality meno recitativo della fiction e la lingua parlata più rappresentativa, poiché i protagonisti sarebbero liberi di agire e di esprimersi secondo il proprio temperamento e non secondo una pagina scritta. Invece l’autore del reality parte dall’analisi di un tipo umano e ne prevede i comportamenti e gli atteggiamenti, dopo di che organizza dei contesti in cui possano verificarsi le risposte ritenute più probabili, vi è quindi una vera e propria provocazione che determina il susseguirsi degli eventi che saranno ulteriormente ordinati nell’operazione di montaggio.
Dietro la parvenza della naturalezza si nasconde un meccanismo più complesso che implica una diversa logica di realizzazione linguistica del prodotto finale.
Nella fiction la riproduzione del parlato si basa sull’imitazione della realtà linguistica, e l’intento ideale è di creare un prodotto che sia il più vicino possibile alla lingua che il personaggio, il tempo, lo spazio e l’azione impongono, per aumentare l’effetto di verosimiglianza. Si tratta di un’operazione che richiede una conoscenza della lingua parlata nei suoi vari registri e codici, infatti solo in quei prodotti in cui si tiene conto delle problematiche e delle peculiarità del parlato spontaneo si ha una riproduzione della lingua molto vicina al vero.
Nel reality in luogo dell’imitazione vi è la simulazione della realtà; questo termine sta a significare che c’è un chiaro intento di falsificazione nel vero senso della parola: il simulatore è colui che inganna perché vuol far credere che sia vero ciò che in realtà è falso. Di conseguenza il racconto risulta meno verosimile di una storia inventata che si basa su una sceneggiatura esplicita e, come il racconto, è falsa anche la lingua.
Il reality, basandosi su caratteri stereotipati, crea personaggi che rispecchiano determinati tipi umani che parlano secondo gli stereotipi del ruolo e di conseguenza la lingua è ricca, più di quanto sia il parlato spontaneo, di luoghi comuni.
Andando ad esaminare l’ambiente in cui si realizza lo scambio comunicativo, il reality può prevedere: la convivenza di un numero fisso e limitato di persone, incarcerate in un unico e determinato spazio chiuso o aperto (il reality show - Il grande fratello - L’isola dei famosi); oppure la presenza di un numero variabile di persone con ruoli diversi che si muovono prevalentemente in interni, con pochi esterni (la real soap - Il/la tronista * e i corteggiatori/le corteggiatrici di Uomini e donne).
Nel reality show, lo scambio comunicativo si realizza tra un limitato numero di parlanti costretti a convivere, per un determinato periodo di tempo, in uno stesso spazio; la convivenza forzata ed isolata porta ben presto gli abitanti della casa o del luogo a stabilire un codice comune, un idioletto che rafforza il senso di appartenenza e sottolinea, attraverso espressioni idiomatiche, luoghi comuni linguistici tipici e neologismi, gli specifici ruoli dei singoli partecipanti. Il risultato è una lingua parlata dove gli stereotipi del ruolo si sommano al codice che si è creato tra i protagonisti, portando ciascuno ad esagerare le proprie caratteristiche.
Nella real soap intervengono, oltre ai protagonisti, il ‘pubblico parlante’ con la funzione di ‘opinionista’ e il conduttore con il ruolo di ‘terzo imparziale’. Il gioco delle parti è fisso e prestabilito ed ogni intervento comunicativo sembra far parte di un copione che ne stabilisce la durata e l’incisività. Naturalmente le battute sono estemporanee ma ciò nonostante sono sempre prevedibili perché appartengono al ‘personaggio’ che è stato costruito ad arte. Ciascun opinionista rappresenta un ‘tipo’ che ha un suo antagonista in modo da poter costruire un dibattito dai toni molto accesi che richiede l’intervento del conduttore, una sorta di ‘deus ex machina’ che risolve con ‘saggezza’ la contesa, restituendo la parola ai protagonisti che, a loro volta, con un linguaggio poco spontaneo, talvolta controllato per nascondere gli accenti regionali, recitano con maggiore o minore convinzione la loro parte.
L’analisi della lingua nel reality, inoltre, non può prescindere da altre specificità del genere, come il fatto che il casting è già di per sé una forte operazione di selezione, oppure che l’occhio della telecamera non abbandona i protagonisti e li rende ben poco spontanei rispetto a quanto si vuol far credere. Inoltre la ripresa della realtà non è inconsapevole e quindi i comportamenti linguistici sono condizionati dalla volontà di apparire e di restare in video.
Quanto detto dimostra che nessun genere di narrativa televisiva può fare a meno di una sceneggiatura, la differenza fondamentale che esiste tra la fiction e il reality, nel senso più ampio del termine, sta nel fatto che la prima si basa su un testo scritto e definito che, quando tratta della contemporaneità, cerca di rappresentare la realtà, sia nei temi che nella lingua; mentre il secondo si basa su una sceneggiatura in fieri, che obbedisce a delle regole fisse che rappresentano l’ossatura dell’intero programma. Si arriva così al paradosso per cui ciò che dovrebbe essere reale è falso e ciò che è inventato dalla fantasia di uno scrittore è molto simile al vero.
* Il termine tronista è una recente acquisizione nei dizionari, si veda il Grande Dizionario italiano dell’Uso di De Mauro che, nell’edizione del 2007, lo registra come termine tecnico scientifico di area televisiva, limitatamente però solo al genere maschile: “partecipante a una trasmissione che siede su un trono ponendosi al centro dell'attenzione e offrendosi al corteggiamento del pubblico femminile” (GDU);
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